Foto di scena ©Manuela Giusto

La sospensione del migrante

Debutta all'Argot 'Albania Casa Mia' di Memetaj e Rappa

Capita, prima o poi, di sentirsi “in mezzo”. In mezzo tra un addio e un benvenuto, tra certezze passate e bisogno di futuro, tra un sentimento e la sua trasfigurazione in ricordo: di solito si tratta di un attimo, di un passaggio fugace ed effimero.

Per Aleksandros Memetaj quell’attimo è diventato uno stato d’animo. La scena spoglia del Teatro Argot accoglie un monologo biografico: un racconto personale che, a teatro, diventa universale. In mezzo c’è una vita – quella dell’attore e autore – ricevuta in dono due volte: in Albania, dove è nato; e in Italia, grazie al coraggio e alla dignità di genitori capaci di andare – con la disperazione, propria, di profughi dell’esistenza – oltre ogni muro di possibilità.

Costretto, chiuso “in mezzo” alla porzione di scena che riporta il profilo dei confini albanesi, Aleksandros si presenta: è un bambino nato a Vlora (Valona per noi “stranieri”), ma cresciuto in Veneto, nella provincia avara d’accoglienza, tra bullismo xenofobo e (dis)umanità in abito da suora. “Sandro” è un bambino che raccoglie parole e le mescola, parla italiano, borbotta in albanese e sa imprecare in dialetto veneto; associa giocosamente colori a profumi mentre dentro di sé matura la consapevolezza di essere il frutto di un sogno, di un miracolo di speranza.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Eppure, crescendo, si sente sempre più “in mezzo”: cosa c’era prima della sua infanzia nel Nord Italia? cosa vuol dire davvero quella scritta sul muro Albania casa mia?

Così, mentre il monologo cresce d’intensità, il figlio diventa il padre: un ingegnere fisico che, per fuggire da un Paese ancora cieco (ma finalmente aperto, dopo la caduta del regime comunista), si lascia alle spalle le braccia materne e tiranniche del Golfo di Valona, per giungere fra quelle chiuse, conserte del porto di Brindisi. Poi l’espulsione e la nuova fuga, questa volta con moglie e figlio di sei mesi, per riprendersi con forza quel diritto alla vita che nessun muro, nessun regime, nessuna frontiera ha diritto di occultare.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Aleksandros Memetaj, guidato da Giampiero Rappa, è capace di sostenere da solo tutto il peso dello spettacolo: interpreta sé stesso e suo padre evitando patetismi e retorica, facendo a meno di luci e suoni, senza scenografia o video, solo la sua toccante verità. Uno spettacolo che ci dimostra quanto la Storia, quando si ripete, non badi alla geografia; che ci ricorda come certi atteggiamenti da  “maggioranza” – gli stessi che generano (il) terrorismo, che costringono a fuggire su un barcone, che annegano nella cupidigia il diritto di tutti all’esistenza – prima o poi vanno corretti con il coraggio del cambiamento, se si vuole evitare il perpetrarsi di tragedie.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Alla fine ci sente proprio come Aleksandros, “in mezzo”: tra la sua storia rinchiusa a teatro e la nostra vita là fuori, dove però non basta essere spettatori.

Letture consigliate:
• A Slow Air – Giampiero Rappa, di Giulio Sonno

Ascolto consigliato

Teatro Argot Studio, Roma – 3 dicembre 2015