Foto di scena ©Manuela Giusto

Il tempo senza soluzione dei Maniaci d’Amore

All'Orologio 'Il nostro amore schifo'

Uno dei termini più semplici da usare, e da abusare, nell’atto di descrivere il lavoro di un artista è “generazionale”. Un aggettivo che si accompagna sempre con la sottolineatura della gioventù. Un “ex artista generazionale”, Nanni Moretti, urlava in un film che le «parole sono importanti», e sottoporre a critica un aggettivo come quello in questione sarebbe un esercizio salutare. Si potrebbe legittimamente argomentare come chiunque faccia arte, chiunque racconti storie, non possa prescindere dall’abito mentale che la propria età, il proprio vissuto, le proprie esperienze, il contesto in cui si trova a vivere, gli cuciono addosso. Non sono solo i giovani a essere generazionali. Parlando di teatro, cosa c’è di più generazionale di una regia di Gabriele Lavia, con tutto il Novecento che si porta appresso?

Questo per dire che al Teatro dell’Orologio, dove i Maniaci d’Amore hanno aperto la loro tenitura monografica con Il nostro amore schifo, non è andato in scena uno spettacolo generazionale né uno spettacolo “giovane”. Ciò che è andato in scena era uno spettacolo che aveva a che fare con il Tempo.

Si comincia, infatti, con un compleanno. Carlotta (Luciana Maniaci) riceve in regalo “un pazzo” (Francesco d’Amore). Si spera che l’idillio duri per sempre. Il pazzo risponde che preferirebbe usare il “per ora”. Tutto lo spettacolo vive intorno a questo rapporto d’amore nevrotico, affossato dai luoghi comuni, dalla reciproca dipendenza. La scrittura di quello che è il primo spettacolo del duo contiene già gli elementi che rendono estremamente interessanti le loro opere. I dialoghi sono duelli, sfide che corrono lungo l’affilata lama di battute ironiche, taglienti, baciate da una vena surreale che impedisce costantemente alla storia di scivolare nella cronaca, nella lamentela, nel referenziale meno interessante.

La realtà è presente e viva: sul palco, tra il pubblico (che non fatica a riconoscerla), dietro le stravolte maschere di personaggi che sono volutamente esagerati, come cataloghi viventi degli eccessi mostruosi di comportamenti normali – le vere trappole di ogni rapporto amoroso. La vita sentimentale, in quell’età in cui il “per ora” comincia a stare stretto, necessita come l’aria di una durata.

Il nostro amore schifo, però, esiste in un tempo solo apparentemente congelato, non c’è evoluzione in questa farsa il cui immobilismo si trasforma in tragedia: i personaggi restano uguali, e restano uno accanto all’altra, non si lasciano in pace, nel loro tinello che è tutto il mondo, si fronteggiano fino alla fine, fino all’imbiancare delle tempie. Ecco quindi affiorare il dramma in un contesto che strapperebbe sane risate: il tempo passa, lo vediamo con semplice, materiale esattezza, ma il disagio resta uguale. Si invecchia, ma non si cresce.

Letture consigliate:
Biografia della peste – Maniaci d’Amore, di Giacomo Lamborizio
Morsi a vuoto – Maniaci d’Amore, di Nicola Delnero

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 29 gennaio 2016