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Dark Places – Nei luoghi oscuri – Gilles Paquet-Brenner

La penna intrisa di sangue e mistero di Gillian Flynn dà vita a Dark Places proprio quest’’anno, subito dopo il successo del precedente Gone Girl. Come nel precedente romanzo, anche qui la storia si dipana da un evento traumatico: la giovane Libby Day sopravvive insieme a suo fratello Ben all’’omicidio della sua famiglia. Dopo 30 anni, grazie ad un gruppo di appassionati di cronaca nera, Libby decide di indagare per trovare una volta per tutte il carnefice della strage. La donna ritroverà le persone che hanno avuto a che fare con le vittime negli ultimi giorni e tornerà in quei luoghi (i luoghi oscuri, appunto), facendo emergere terribili verità e mettendo in pericolo le sue convinzioni più solide.

Si potrebbe anche definire un giallo postmoderno, ibrido, evoluto. Dark Places scardina la struttura delitto-indagine-risoluzione in favore di un intreccio meno immediato: Libby ricostruisce gli eventi aiutandosi con i ricordi di quei giorni che a poco a poco riaffiorano alla sua mente. Qui lo sceneggiatore (e regista) Gilles Paquet-Brenner fa un ottimo lavoro: costruisce due storyline riguardanti tempi differenti che procedono di pari passo e si rapportano l’’un l’’altra per guidare lo spettatore verso la risoluzione.

Da un lato il film mantiene la componente giallistica più importante; è buona cosa infatti essere portati a credere che diversi personaggi abbiano un vero motivo per compiere la strage. Tuttavia, il valore aggiunto del film risiede nella commistione col thriller, caratterizzato dalle tinte fosche, dai temi toccati (il satanismo, le molestie sessuali e ovviamente l’’omicidio familiare), dall’’ambiguità che serpeggia lungo tutta la pellicola. E che avvolge soprattutto il personaggio della protagonista Libby: non un investigatore risoluto, ma una donna aggressiva, forgiata dalla violenza ma dall’’animo estremamente fragile. Il suo fingere di conoscere l’autore del massacro a priori denota un rifiuto verso la realtà e una tendenza all’’isolamento propria di chi ha subìto un trauma.

Come accadeva anche in Gone Girl, la malvagità dell’’essere umano non si manifesta solo negli atti, ma anche nelle parole. Flynn racconta come il “dire” possa portare qualcuno alla rovina, mentre il “non dire” lo possa salvare. Il personaggio chiave del film è al centro di questi due poli opposti, riuscirà a tenere lontano dal male una vita e rappresenta un bagliore di luce in un buio cosmico da cui nessuno sembra poter uscire.

Tutto questo fa di Dark Places un film prettamente fincheriano, che certamente non possiede la verve del grande regista o il pathos di Seven ma a cui va decisamente concessa una visione.