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D.A.D. – Marco Maccaferri

Una bambina viene portata via dai suoi genitori e lasciata in uno scavo da cantiere insieme ad altre venti persone. Come lei, nessuno di loro sa perché si trova lì; ma eccetto lei, di bassa statura, nessuno di loro può alzarsi in piedi perché costantemente sorvegliati dall’alto da un robot cecchino – il D.A.D. – pronto a sparare per uccidere. Ciò che li attende sono una convivenza forzata e disperati tentativi di fuga.

D.A.D., presentato martedì 15 febbraio in anteprima al Busto Arsizio Film Festival, è l'esordio al cinema del regista Marco Maccaferri, forte dell'esperienza di autore di servizi televisivi e promozionali. Si tratta di un film di difficile classificazione tra i generi più noti; l'atmosfera richiama District 9, mentre il tema del gruppo di persone rinchiuso in un luogo circoscritto è stato declinato in vari modi (Cube, Contenders, Saw). Stavolta, però, i personaggi sono ben ventuno e se da un lato il film riesce a coinvolgere tutti loro in egual modo riuscendo anche a impostare un climax di tensione, dall'altro inevitabilmente incappa nel limite dato dalla quantità: dare una dimensione a tutti quei personaggi (poiché vuole essere un film corale) in 90 minuti non è facile, difatti alcuni risultano più definiti di altri, di cui si sa poco o niente. Ed è un peccato perché tutti, per come sono abbozzati, avrebbero un passato da raccontare e questo si vede.

Il film funziona decisamente di più sul lato tecnico e visivo: Maccaferri mostra mano sicura e di avere ben chiara l'atmosfera che vuole ottenere. La macchina da presa si aggira nel buco in modo estremamente fluido e dinamico, azzeccando le inquadrature per varie situazioni (tensione fra personaggi, rassegnazione generale, disperazione per un amico appena ucciso, ecc.); inoltre, come già accennato, nessuno dei personaggi viene trascurato sulla scena, dando prova di ottima coordinazione degli attori.

A fronte però di una regia di buon livello, si avverte la mancanza di un senso ultimo del film, complice un finale rivelatore quanto ambiguo (il molteplice significato del titolo è illuminante); si esce con la lieve sensazione di aver visto un esperimento cinematografico molto ben riuscito, quando una pellicola visivamente così ben impostata merita decisamente di più. Un augurio quindi a Maccaferri di continuare così, perché è sulla strada giusta.

Grazie


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