monolith

Monolith – Ivan Silvestrini

Monolith è l’automobile più sicura del mondo: completamente blindata, previene pericoli interni e ostacoli esterni ed è perfettamente gestibile tramite comandi vocali grazie ad un software integrato all’avanguardia. Questo è ciò che viene detto nello spot che introduce il film, realizzato come le popolari interviste ai responsabili Apple per presentare il nuovo prodotto.

La giovane Sandra (Katrina Bowden) è in viaggio con l’auto insieme al piccolo figlio David verso Los Angeles, ma per via del traffico sulla normale strada opta per passare attraverso il deserto. Accidentalmente investe un cervo e mentre controlla l’accaduto, il bimbo blinda l’automobile tramite l’app di Monolith, chiudendosi dentro. Sandra tenterà in tutti i modi di liberare David, lottando contro il caldo torrido, animali feroci e il proprio montante senso di colpa.

Esperimento interessante questo di Sky Italia, che produce insieme a Sergio Bonelli Editore questa pellicola – trasposizione del fumetto italiano Monolith scritto da Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo e disegnato da Lorenzo “LRNZ” Ceccotti – girata nel deserto dello Utah con cast statunitense. Non ultimo, è diretto e co-sceneggiato (insieme ad altri italiani) da Ivan Silvestrini, rodato con commedie giovanili prodotte in patria ma aperto alle sperimentazioni – sua la web serie Stuck, recitata interamente in inglese. Il genere è di quelli non facili: un thriller dove il protagonista è sottoposto ad un’estenuante prova di forza/resistenza, ambientato in un unico luogo e in un tempo ristretto, per delineare la situazione coercitiva in cui si trova (analogamente a Buried – sepolto o Paradise Beach ad esempio). Sebbene sia facile in questi casi impostare un ritmo troppo lento o scivolare nell’improbabile, Monolith riesce a camminare (senza correre) su questo equilibrio, garantendo un buon livello di coinvolgimento nella narrazione. Ciò grazie anche alla performance della protagonista Katrina Bowden, versatile e spontanea. Silvestrini se la cava bene anche nella messinscena, sfruttando la camera a mano nei momenti giusti e riuscendo a valorizzare il deserto come ambiente meraviglioso e terribile.

Il film si pone l’obiettivo di essere curato nella sua semplicità, e forse per questo motivo funziona meglio sull’incedere degli eventi che non sul dialogo, che è giustamente posto in secondo piano ma appare a volte artefatto; nei suoi 82’ di durata (adeguati e controcorrente rispetto alle due ore standard di oggi), non si sofferma troppo sul potenziale interrogativo se è l’uomo a gestire la tecnologia o viceversa. Una conferma di più che alla sperimentazione va sempre data una chance; se poi viene dall’Italia, a maggior ragione.