aimer boire chanter

Aimer, boire et chanter – Alain Resnais

Un’emozione infinita, una danza delle anime, un soffio di cinema, di parole e di vita. Fin dai primi film Alain Resnais ci ha insegnato a ricordare attraverso il montaggio radicale di film come Hiroshima non amour, L’anne dernier a Marienbad e Muriel). Da Melo nel 1986, questo esperimento in corso si è (ri)disegnato verso un altro linguaggio, più conciliante e meno estremo come può essere il teatro. Anche questa volta, in cui la base di partenza è una straniante piéce di Ayckbourn, portata dalle campagne di York agli splendidi dialoghi francesi.

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Il dottor Colin racconta a sua moglie che a George Riley, sono rimasti solo pochi mesi di vita. L’uomo ignora però che Riley era stato il primo amore di sua moglie Kathryn; tutti magicamente si ritrovano a teatro mentre di Riley nessuna traccia. Dopo Les herbes folles (2009), Vous n’avez encore rien vu (2012) questo Aimer, boire et chanter sembra chiudere un ciclo (e forse anche la carriera) di uno dei più grandi e rivoluzionari autori del cinema moderno. Resnais una volta di più, e forse in maniera ancora più estrema, fa scivolare i suoi protagonisti dentro la piece come attraverso scenari dipinti che nemmeno cercano di dare un idea di ambientazione. Lo spazio del film diventano semplicemente la grazia dei primi piani degli attori, la profondità delle loro parole, e quel quasi danzare attraverso la scena in cui l’autore spesso si mette frontale. Gli attori fanno il resto, soprattutto Vuillermoz, Kiberlain e l’amata Azema su tutti.

Poi tocca a noi, al controcampo mancante, immaginare quella storia, come se fosse una delle nostre, di tutti i giorni. Da quell’infinita possibilità del non visto si svela il cinema. Così la vita è semplicemente un passaggio ed anche noi, almeno per un attimo vorremmo viverla li, su quella scena ed iniziare a cantare. In ogni ultimo film (del mondo) di un gigante come Resnais, in ogni singolo fotogramma si avverte l’irreversibilità di un tempo tiranno, ed il suo movimento continuo al passato, lo stesso del cinema. Quello che una volta era il suo cinema della memoria ora salva l’attimo del sentimento. Film di una sensibilità infinita, forse dettata dall’esperienza di chi la storia l’ha fatta e ora può anche permettersi di guardarla con leggerezza. Tra l’esserci e l’esserci stati c’è forse solo lo spazio di un film, non uno qualsiasi ma uno come questo. Immenso.