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L’eternità del momento

Addio a Chris Marker, campione di un cinema estraneo a ogni moda e a ogni compromesso commerciale

Nella storia (e naturalmente anche in quella del cinema) ci sono personaggi o momenti imprescindibili; Chris Marker probabilmente è (stato) entrambi.

Lo dimostra il fatto che sono proprio stati il critico Jean Michel Frodon e il direttore del Festival de Cannes Gilles Jacob ad annunciare via Twitter la scomparsa di Christian-François Bouche Villeneuve (Marker appunto), uno dei personaggi più schivi ma più incisivi per l’evoluzione del cinema nel Novecento.

Montatore, operatore, sceneggiatore, regista e scrittore, Marker ha debuttato nel cinema negli anni ’50, attraversando gli stili e i mezzi cinematografici in modo personalissimo. Assistente nei primi anni ’50 per Alain Resnais in Les Statues meurent aussi e in Nuit et Brouillard, partecipa nel 1967 allo splendido progetto collettivo contro l’entrata in guerra degli Usa Loin du Vietnam, assieme ai registi Jean Luc Godard, Agnès Varda e al documentarista Joris Ivens. La sua fama internazionale nasce però già nel 1962 con il cortometraggio La jetée, opera visionaria che utilizza l’ambientazione fantascientifica per raccontare la memoria umana attraverso viaggi spazio temporali da un futuro post-atomico. La forma è rivoluzionaria: un insieme di fotogrammi fissi (un photo-roman lo definì l’autore) montati assieme da Jean Ravel e legati emotivamente dalla voce narrante. Nel 1982 firma poi Sans soleil, altro lavoro fondamentale per il legame tra immagine documentaria e racconto soggettivo e, infine, nel 2004 realizza Chats perchés che viene proiettato al Centre Pompidou di Parigi, con un forte senso di addio.

La Jetée, Chris Marker, 1962

La Jetée, Chris Marker, 1962

Ma allora Marker rimane un personaggio o un momento nella storia del cinema? Torniamo indietro. Fin dalla sua uscita, La Jetée non ha smesso di esercitare un discreto fascino su spettatori e critici. Non solo su chi si occupa di cinema sperimentale ma anche su certa critica orientata alla psicologia e alla semiotica che ha individuato in questo “fotoromanzo” la possibilità di aprire nuovi orizzonti sulla rappresentazione e sul linguaggio cinematografico. Non potrebbe essere altrimenti. Quale miglior modo di mettere in scena il ricordo del resto? La Jetée è il montaggio allo stato puro, la trasposizione sullo schermo del fumetto. Tuttavia si ha l’impressione, guardando questo avveniristico mediometraggio, che le immagini si muovano. Questo è possibile grazie al costante lavoro che la macchina da presa di Marker fa sulle foto. Si insinua nelle prospettive delle immagini, le dissolve e le incrocia rendendo la staticità estremamente mobile. La staticità tanto declamata non è poi così statica. Un esperimento estremo in teoria, tanto estremo da contraddire il principio stesso del cinema, che si rivela in pratica una soluzione stilistica perfetta (e si ritrova ad essere quasi cinema assoluto). Uscire da quel film è, in un certo senso, trovare la chiave di lettura ultima, e il ponte di “momenti” che derivano nel suo altro capolavoro Sans Soleil; meditazione definitiva sulla natura della memoria umana e l’incapacità di ricordare il contesto e le sfumature dei pensieri (già passati) e, di conseguenza, come la percezione di storie personali e globali sia artificiosa. Conservare le percezioni attraverso le immagini.

Fissare delle immagini, proprio come si fissano nella nostra mente. Proprio come si è fissato il primo piano di Antoine Doinel di I quattrocento colpi ed ancora i freeze-frames di Jeanne Moreau in Jules et Jim di Truffaut, autore francese appartenente a quel movimento rinnovatore che fu la Nouvelle Vague al quale anche Marker viene talvolta accomunato (anche molte volte a sproposito, Marker spesso rimane unico). Immagini segno e simbolo, si può parlare quasi di un cinema disteso su di una figura pittorica, “pittogramma”; un disegno di vario tipo che riproduce il contenuto di un messaggio senza riferirsi ad alcuna forma linguistica parlata. Dunque un sistema che si basa su pittogrammi non ha bisogno di alcuna esplicazione linguistica poiché il messaggio è chiarito in modo esauriente dalle immagini. Tutto il cinema di Marker ti porta verso lunghe dissolvenze che creano figure distorte e inumane. Esprimono l’inesprimibile, la sofferenza, la disintegrazione del soggetto e l’orrore per la guerra nucleare, elementi che nel film non sono mai direttamente rappresentati, se non con la voce. Solamente in queste dissolvenze quasi subliminali essi sono visibili tanto più che neanche l’onnipresente commentaire dice nulla al riguardo. In effetti le immagini non necessitano di ulteriori commenti. Esse ci parlano da sole proprio come dei pittogrammi, sorgenti di momenti. Momenti estremamente personali che tendono quasi ad offuscare l’essenza dell’autore.

chris marker portrait

Allo stesso tempo Chris Marker è un grande personaggio, un’entità fisica e nascosta, realissima e mistica. Non è solo l’esponente di punta di un cinema estraneo a ogni moda e a ogni compromesso commerciale, ma è soprattutto il costruttore di immagini (deleuzianamente) tempo e movimento che spesso non riusciamo ancora a decifrare. Dall’esordio sul finire degli anni ’50 sino ai giorni nostri, ha sviluppato un linguaggio cinematografico in continuo rinnovamento, dal cine-romanzo a immagini fisse, dal pamphlet di contro-informazione politica, alla tecnologia digitale con il cd-rom Immemory. Nel tempo ha poi affinato l’arte del film-saggio: affascinante incrocio di riflessione filosofica, immagine documentaria, found footage, tecnologia digitale e materiale d’archivio. Il suo immaginario è formato da una memoria iperattiva alla continua ricerca di referenti simbolici e di assonanze spirituali, come quelle stabilite nel corso degli anni con Andrej Tarkovskij e Akira Kurosawa. Grande viaggiatore, o, per usare un termine a lui caro, instancabile globe-trotter, con i suoi film dedicati all’Africa, al Giappone, alla Siberia, ha offerto uno straordinario contributo di conoscenza. Si può insomma ragionevolmente affermare che Chris Marker è un autore la cui scoperta è in grado di modificare la chiave di lettura del cinema prodotto nel secondo dopoguerra. Una figura reale ed emblematica.

Lo studioso Serge Toubiana e il regista Costa Gavras hanno detto di lui: “La sua opera ha seguito e sposato la seconda metà del XX° secolo tenendosi alla giusta distanza dagli eventi storici che hanno sconvolto il mondo: Cuba, il comunismo sovietico e cinese, la guerra del Vietnam, il maggio 68 in Francia, il Cile, le lotte operaie e quelle per l’emancipazione, l’autodeterminazione e la libertà”.

Provo ad andare oltre. Dal mio punto di vista Marker è stato un “personaggio” che ha cambiato il rapporto con l’immagine e ha rappresentato uno dei più grandi “momenti” di rottura e di riconciliazione del cinema col reale nel secondo Novecento.