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1917

La scultura del tempo e la logica dell'azione.

Nel momento di peggiore baraonda conformista e opportunista del mercato hollywoodiano, il regista Sam Mendes (American Beauty, Revolutionary Road) decide di abbandonare il franchise di James Bond per dirigere una storia universale e semplice sul coraggio degli uomini comuni e gli orrori della guerra. Francia, 1917. Sono 1.600 i soldati britannici destinati a morire sotto un’imboscata tedesca se i caporali Lance Blake (Dean-Charles Chapman) e Schofield (George Mackay) non consegneranno in  tempo il messaggio contenente l’ordine di annullo dell’attacco direttamente al colonnello Mackenzie (Benedict Cumberbatch).

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Sam Mendes mette tutto se stesso e per raggiungere la sua coraggiosa visione, coinvolge il più grande D.o.p. vivente, Roger Deakins, e insieme creano uno spettacolo immersivo e mozzafiato che sfida ogni logica di messa in scena. Una sacra unione dove le ombre prendono vita e anche i corpi morti, scheletri di chiese e rovine in fiamme sono aggraziate e scenografiche. E’ noto come 1917 tenti il trucco del “one-shot” ma la scelta stilistica ha uno scopo narrativo ben preciso e non è soltanto un esibizione di virtuosismo (come si potrebbe erroneamente cogliere dalla superficiale campagna pubblicitaria). Infatti, più che una serie di acrobazie senza rete, 1917 è un disegno infernale che mette lo spettatore in una situazione insostenibile in cui l’unica opzione è quella di non fermarsi, indipendentemente da ciò che capita. Come due Orfeo, i giovani soldati si muovono in un campo di battaglia continuamente rinnovato dal sangue, mentre inarrestabili movimenti di macchina ci trascinano in avanti come una marea strappa chi cerca di rimanere aggrappato ad una scogliera. Tutto inizia a girare, a vorticare, come a stare in un barile che rotola giù da una collina.

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Se Birdman (sempre girato in one-shot) è spumeggiante come una gazzosa agitata, il film è carnalmente realistico, vero e con l’ironia dei miserabili. L’andamento della storia è del tutto imprevedibile. Contaminandosi armoniosamente con il linguaggio dell’horror, è una visione dura che scarnifica come ballare sotto una pioggia acida.  Un orrore che è anche inciso nel volto di George Mackay, che evoca quello disperato di Florya, il bambino in frantumi di Come and See. Come per Tarkovskij anche nell’opera di Sam Mendes il cinema diviene scultura del tempo. Il tempo che viene liberato dall’assenza di montaggio, il tempo che diviene la più importante delle dimensioni. 1917 è profondo e commovente. Una storia di uomini buoni, dello loro sfide insormontabili e delle loro corsa nella terra di nessuno tra fango e trincee. Cinema per cercare l’orizzonte senza confini, l’infinito.