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Wayward Pines: Where Paradise is Home

Particolare di un occhio che si apre: la memoria torna indietro di una decina d’anni, ma scopriamo subito di essere in una cittadina dell’Idaho e non sull’isola di Lost. Ethan Burke (Matt Dillon), agente speciale dei Servizi segreti si sveglia nel bel mezzo di un bosco, ha evidentemente subito un incidente e claudicante si reca nel cuore di Wayward Pines per cercare aiuto. Qui scoprirà di trovarsi in una città anomala, all’apparenza tranquilla e felice, ma dalla quale però non si può uscire. Ethan cercherà ogni modo per tornare dalla famiglia senza riscuotere gran successo.

Oltre al paragone con Lost (in aggiunta all’omaggio visivo sono presenti alcune riflessioni assimilabili alla serie culto ideata da J.J. Ambrams e Damon Lindeloff) c’è chi ci ha visto influenze da Twin Peaks: in effetti l’ambientazione ricorda la cittadina montana in cui fu uccisa Laura Palmer, ma non si va molto oltre a questo, seppur Blake Crouch, autore dell’omonima trilogia di romanzi da cui la serie è tratta, confessa esplicitamente di essersi ispirato al lavoro di David Lynch. Pregna di riferimenti alla serialità e al cinema del passato la serie targata Fox si presenta come un buon prodotto. Il cast è di buon livello: Matt Dillon (il quale alterna buoni momenti a performance al limite della maccchietta), Juliette Lewis, Toby Jones e Carla Gugino tra gli altri.

La serie è composta da dieci episodi ed è autoconclusiva: anche se ci sono stati rumors riguardo alla mancata conferma del prodotto, c’è da precisare che già dall’inizio gli autori pensarono ad una sola e unica stagione. Nell’episodio Pilota vengono presentati alcuni personaggi principali, inseriti parallelamente nel contesto di Wayward Pines (che si rivelerà essere una vera e propria città-prigione) e in quello precedente alla “deportazione”. Questa presentazione però lascia zone d’ombra tenendo alto l’interesse dello spettatore e non permettendo a esso di classificare precisamente i personaggi entro confini di positività o negatività.

La condizione autoconclusiva avvicina il prodotto a quello che è stato definito cinema espanso e la distanzia dalla serialità intesa nel senso più classico del termine. La prima parte della stagione si presenta come un thriller teso e quasi orwelliano, nel quale un burattinaio tira le fila e controlla ogni persona come se fosse una pedina, nulla è lasciato al caso, la vita di ogni cittadino è controllata in ogni minimo dettaglio e tutto ciò conferisce un senso di oppressione non indifferente. Come nel più classico dei film però c’è un punto di non ritorno, un colpo di scena in cui le cose cambiano e la prospettiva di visione si sposta. Qui avviene tutto nel bel mezzo della narrazione in cui c’è il cambio di rotta porta al genere fantascientifico.

Se la prima parte di stagione aveva tenuto un buon ritmo, dilazionando i numerosi colpi di scena e l’ingresso di molti personaggi conferendo una certa dinamicità alla storia, il cambio di registro sembra far perdere un po’ di fascino a causa forse della fretta con cui viene portata avanti la narrazione: alcuni passaggi risultano incerti, poco motivati o sinceramente troppo banali e scontati. Nonostante questo la serie è buona nel complesso, si fa guardare volentieri, è piuttosto accattivante e regala spunti molto interessanti, non solo per quanto riguarda la dimensione cinematografica, ma riesce anche a mettere in moto riflessioni interessanti sul tempo, sulla necessità di controllo sfrenata del mondo in cui viviamo e sull’evoluzione del genere umano, creando un microcosmo per certi versi assimilabile alla realtà che abitiamo.

È interessante segnalare l’esistenza di una web serie spin-off dal titolo Gone: A Wayward Pines Story fatta di 10 episodi della durata di 2/3 minuti l’uno che non vanno ad aggiungere o a togliere nulla all’economia della serie, ma risultano un piacevole escamotage volto ad allargare l’immaginario narrativo dello spettatore.