Zigulì – Teatrodilina

Zigulì – Teatrodilina | Francesco Lagi

Difficile parlare al giorno d’oggi di argomenti delicati come la disabilità senza ricadere nello sconforto della vuota retorica della compassione e delle ipocrisie di sorta a essa legate. Ciò che spesso più sconvolge nelle opere che incautamente si prefiggano questo obiettivo è la negazione di sentimenti contrastanti, dettati dal senso d’impotenza, come la rabbia e la frustrazione di chi ha la responsabilità di accudire. Emozioni naturali che, solo se accettate, si risolvono poi nel sopravvento dell’infaticabile dedizione di un genitore per un figlio.

Zigulì, lo spettacolo del Teatrodilina tratto dall’omonimo libro di Massimiliano Verga, è una rara e felice eccezione. Ripresentato nei giorni scorsi all’interno della rassegna Summer Tales (progetto a cura di PAV), la messa in scena ribalta la logica dello sterile compatimento per offrirsi come una finestra da cui il pubblico si affaccia in punta di piedi, teso e silenzioso, per osservare la vita reale, dolce-amara, di un genitore e del figlio, cieco e col cervello della grandezza di una caramella. Appunto, una zigulì.

Tre palloncini si stagliano sul fondo di una scena semplice, disseminata di giocattoli. A termine di una festa di compleanno, un padre (Francesco Colella) riordina casa. Raccoglie gli oggetti, giocandovi per poco mentre intanto parla rivolgendosi al figlio, la cui figura, seppur solo evocata, è presenza-assenza attiva, attorno cui ruotano i sacrifici degli ultimi otto anni d’esistenza.

Riordinare lo spazio è asciugare il pensiero, renderlo lucido nella sua amarezza per preparare il proprio “io” a un’intima confessione, giocata su equilibri precari, tra ironia e disperazione, rabbia e rassegnazione.

Ogni giocattolo è il simbolo di una comunicazione tortuosamente costruita per tentativi, alla ricerca di un appiglio grazie cui interagire con un figlio amato-odiato. Il contatto fisico, principale mezzo con cui superare la barriera d’impenetrabilità del bambino, sulla scena si traduce nell’intenso uso del corpo da parte di Colella, che con grande energia disegna azioni appartenenti alla debilitante routine quotidiana o semplicemente immaginate, in un ventaglio ricco di suggestioni, in grado di danzare su una drammaturgia misurata ma emotivamente schiacciante. È dunque giocando sui sensi più sviluppati del disabile che si struttura la pièce, in cui anche la dimensione sonora ha un ruolo fondamentale: svuotare le parole dai contenuti – incomprensibili al bambino – e divenire pura percezione, musica, ascolto, in grado di provocare una rara e condivisa esplosione di gioia.

È in questo modo che la regia e il riadattamento di Francesco Lagi trova compimento, in una struttura salda e ben congeniata, che ripudia la stucchevolezza per presentare con tagliente e poetica lucidità la piccolezza di un padre di fronte alla malattia del figlio.

Un palloncino si libera in volo con una nuova consapevolezza. È solo dal figlio che può imparare, tra i morsi, le grida e l’esasperazione, il significato di un amore incondizionato cui, nonostante tutto, è impossibile rinunciare.

Ascolto consigliato

Cortile del Dipartimento di Studi Orientali (La Sapienza), Roma – 23 luglio 2015