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Tutti De Sica – Ara pacis, Roma

Guardo questa mostra, così ricca da lasciar davvero la sensazione di guardare in un sol percorso la storia del cinema, trasversale al tempo, oltre i generi. Ci sono lettere autografe delle grandi dive dei ’20 che, se non avessi imparato a conoscere in passato nel dettaglio per personale percorso professionale, nemmeno io avrei saputo conoscere e invece, questo soddisfa ora più che allora. Ci sono le foto con Pirandello, vivo autore degli spettacoli che De Sica interpretava in teatro, quel Pirandello che, la mia generazione almeno, ha “solo” conosciuto sui libri di scuola o, al più, su in qualche rappresentazione teatrale. Invece loro ti accolgono insieme, in una foto a mezzo busto nel corridoio d’ingresso, facendoti così capire che ci sia una certa famigliarità in tutto quello che da lì in avanti potrai vedere, guardare, ascoltare.

La bicicletta originale di Ladri di biciclette (1948) è quasi commovente, lì davanti a te, un po’ scalfitta nella sua laccatura nera eppure forte e fiera, come può esserlo solo la protagonista di una grandiosa storia per il cinema, in fondo una diva lo è anche questa due ruote: pensi al film, una drammatica poesia, e te la trovi lì davanti… e vorresti accarezzarla. Come, d’altronde, avresti fatto se ci fossero state le scarpette di Sciuscià (1946).

L’Oscar? Io un vero Oscar non l’avevo mai visto, e quello esposto in mostra lo è ed è anche un po’ ossidato, dimostra la sua età, cosa che, come accade per certi uomini in carne ed ossa, gli dona ancor più fascino e carisma: se fosse troppo luccicante rischierebbe di parere quasi artificiale, una statuetta da souvenir e invece…

E poi, camminando, incorri in quelle cose quotidiane come può essere un cappuccino, altissima e buffa metafora tra grandi – Zavattini e De Sica – in fondo maniera di essere di molti di noi. “Noi due siamo come il cappuccino, che non si sa il latte qual è, e qual è il caffè, ma c’è il cappuccino. Questo significa che c’è stata una specie di vocazione a unirci, ci siamo uniti su una base reale, umana; e quando dico umana voglio dire certi valori espressivi che ci hanno trovato d’accordo subito in partenza, e vorrei dire, la semplicità, la chiarezza”. (Cesare Zavattini)

Ci sono bauli-armadio, decine di fotografie di decine di decenni e di decine di spettacoli dal vero e sulla pellicola, quello che ti aspetti – le scene in collant seducenti della Loren – e quello che ti stupisce, da non svelare qui, altrimenti…
E poi scopri che non c’è quasi per niente il racconto privato, famigliare, fiore all’occhiello di questa mostra che non cede alla pruderie del racconto famigliare ma è e rimane soprattutto e anzitutto Cinema.

Uscendo a me viene voglia di rivedere Miracolo a Milano (1951), probabilmente a ciascuno di chi avrà l’opportunità di visitarla verrà il desiderio di rivedere il proprio racconto prediletto di Vittorio De Sica: probabilmente rivedrò anche l’eccezione incantevole de Il giardino dei Finzi Contini (1962).