the tribe

The Tribe – Miroslav Slaboshpytskiy

Film vincitore dell'ultimo Milano Film Festival e della Semaine de la Critique al Festival di Cannes 2014, The Tribe, grazie ad una piccola casa di distribuzione alla quale essere riconoscenti, esce ora nelle sale italiane. Ambientato in un istituto per ragazzi sordomuti, il film è stato girato interamente nella lingua dei segni e trasposto sugli schermi senza sottotitoli o commenti. Gli attori, scelti attraverso i principali social network, sono tutti realmente sordomuti e non professionisti. Il regista, l’ucraino Miroslav Slaboshpitsky, a tal proposito, così si è espresso:

Non ho mai tenuto in considerazione l'idea di realizzare questo film con attori udenti. Penso che sarebbe stato un film completamente diverso. Il linguaggio del corpo, la lingua dei segni, per i sordomuti è normale. Ed è molto personale. Molto più personale che la lingua francese o il russo o il tedesco parlato da una certa persona. Questo perché parlando le persone usano solo i muscoli facciali per pronunciare le parole, mentre i non-udenti usano l’intero corpo per comunicare.

Quando il protagonista, il giovane Sergey, arriva nell'istituto e prende immediatamente le misure con le gerarchie e le dinamiche di gruppo degli altri ragazzi, ciò che si rende evidente, in maniera istantanea, è proprio la dimensione di interi corpi che comunicano. I gesti, i movimenti, la mimica degli attori sono tutte manifestazioni improvvise e a tratti scattose di sentimenti, impulsi violenti e di dure regole di sopravvivenza. Le lotte tra gli studenti, i furti compiuti sui treni o lungo le strade di Kiev e l’amore di Sergey per una delle ragazze che viene accompagnata a prostituirsi sono elementi narrativi che, trasmessi nel linguaggio dei segni e nel silenzio uditivo, si dilatano e sembrano non potersi mai esaurire completamente nella loro tragicità.

the tribe poster

I movimenti veloci di mani, braccia e dita, il tatto, gli sguardi furtivi concorrono a una narrazione filmica inusuale ma potentissima. Nei fatti, l’iniziale e intenzionale volontà del regista di rendere omaggio al cinema muto altro non è che un ragionamento e una messa in prova delle capacità di tenuta del linguaggio cinematografico nel momento in cui vengono mutilate le parole e si lascia tutto al corpo e ai colpi di violenza fisica e psicologica che questo può ricevere.

Dall'inizio alla fine, sono dei gesti fisici i mezzi silenziosi che veicolano la violenza e la rabbia dei sentimenti e delle scelte che compiono i vari ragazzi dell’istituto. Non ci si deve comunque aspettare una denuncia delle condizioni di vita di ragazzi sordomuti relegati in un istituto di un quartiere periferico, quanto invece, una mera messa a fuoco sui loro sentimenti, su un amore che può essere alla fine una spinta alla furia più cieca, sull'ingenuità di possibili fughe verso un mondo presupposto come migliore e sul dolore, a tratti insopportabile nella crudezza con cui viene mostrato, che si paga passando alla vita adulta in un ambiente crudele.

Il film certamente richiede una concentrazione molto intensa e contratta, senza possibilità di distrarsi e trovar respiro, ma forse anche per questo, esso si rivela uno di quei film che non può non impressionare, in grado di lasciare degli strascichi di turbamento realmente profondi.