Foto di scena ©Marzia Troiani

Girotondo – Simone Giustinelli

«Sono uno scrittore per gente che non soffre di vertigini» annotava Schnitzler nel proprio diario, consapevole della voragine che aveva generato il suo teatro, riflesso della crisi d’identità della società viennese di fine Ottocento: annoiata, smarrita, priva ormai di certezze consolidate. Girotondo è in effetti una giostra macabra azionata dall’affilata leva dell’erotismo, asticella che misura pressioni, tensioni e fragilità nei rapporti fra l’uomo e la donna. Siamo sicuri però che quel vuoto di valori, quella solitudine e quella miseria umana permeanti il testo appartengano solo all’ambiente culturale di Schnitzler? A giudicare dalla nuova messinscena di Girotondo del giovanissimo regista Simone Giustinelli, sembrerebbe di no.

«Quando il bambino era bambino…»—e ora cosa c’entra Peter Handke? Lo spettacolo inizia (e finisce) proprio con le parole di un altro grande drammaturgo austriaco: un elogio all’innocenza dell’infanzia, quella stessa che i personaggi di Schnitzler hanno inevitabilmente perso. Sono già in scena, tutti e dieci, a formare un corpo unico che respira insieme: c’è chi si muove lentamente nello spazio, chi prepara una scenografia scomponibile per gli altri, chi è assorto nel proprio personaggio e ne rispecchia le movenze e i pensieri.

Foto di scena ©Marzia Troiani

Ma ecco che, a due a due, si staccano dal corpo principale per dare voce ai dieci quadri di Schnitzler, quadri in cui la pedina della scena precedente diventerà protagonista di quella successiva: la prostituta e il soldato, il soldato e la cameriera, la cameriera e il giovane e così via; una reazione a catena di dialoghi vuoti, sterili, che scavano dentro ciò che si nasconde dietro la parola «amore», ovvero una menzogna: proprio come lo è ogni bacio dato in scena, ogni risposta all’ossessiva domanda «mi vuoi bene?», ogni promessa non mantenuta.

Foto di scena ©Marzia Troiani

Sotto i diversi abiti delle varie condizioni sociali, scopriamo quindi che l’incapacità di amare rimane sempre la stessa, come un’incognita impressa idealmente dentro ogni dialogo, impossibile da decifrare per i protagonisti. L’unica certezza, allora, è l’atto sessuale a cui si approda alla fine di ogni scena: un eterno ritorno in cui il piacere pulsante della carne fa da palliativo per sfuggire temporaneamente alla solitudine; ma poi non rimane nient’altro, perché – come chiosa il Conte – «il prima è incerto, il poi è triste».

Foto di scena ©Marzia Troiani

Il testo di Schnitzler è un capolavoro, e Giustinelli, difatti, decide di non intaccarlo. Il punto di forza di questo spettacolo, invece, è una regia di grande respiro – composta dalla ricchezza espressiva delle varie esperienze recitative e umane degli attori –, intrisa di riferimenti culturali che sanno bene come fare breccia in un pubblico giovane. Ma c’è anche dell’altro: Giustinelli riesce a trasportare la noia borghese della Vienna di fine ‘800 alla generazione degli odierni trentenni, che si riscoprono, loro malgrado, il doppio reale dei personaggi in scena, anch’essi, per l’appunto, depressi e disorientati all’interno di una società che sembra ignorarli.

Foto di scena ©Marzia Troiani

Forse è proprio questo il segreto di tanto pubblico vivace ed entusiasta accorso al teatro India: è un pubblico che sente finalmente di potersi riconoscere in un teatro che, a livello viscerale, esplora e riflette davvero sulla propria condizione.

All In Festival, Teatro India, Roma