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Il cadere del sole

L'ultimo saluto a Koji Wakamatsu, leggenda del cinema giapponese e maestro di libertà

Ricordo una delle ultime mattine passate in questa ultima Cannes, piovosa come questo inizio autunno. Poco fuori dalla sala stampa, poco dopo la proiezione del suo splendido 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate, devo incontrare Koji Wakamatsu. Arriva puntualissimo, finisco di corsa il caffè e corro da lui. Poche parole ma dette senza alcuna fretta, lunghi silenzi mentre mi perdevo nella profondità dei suoi occhi. Consegno subito l’intervista e sinceramente ricordo ben poco. Solo poche parole accennate, qualche fotogramma ma soprattutto un piccolo, grande senso di libertà. Una ventata di freschezza inaspettata e sconvolgente. Così sia.

Wakamatsu ci lascia a 76 anni; ricoverato da cinque giorni dopo essere stato investito da un taxi a Tokyo. Nato il 1 aprile 1936, è stato una figura centrale nel panorama cinematografico nipponico, sia per quanto riguarda quello industriale, sia per quanto riguarda quello autoriale. Regista prolifico e folle, all’attivo ha più di cento film. Una filmografia sterminata spaziando fra generi e temi ma con una costante attenzione all’impegno sociale (e storico), fusi con un’estetica dai toni forti. Un cinema, il suo, capace di utilizzare le perversioni come elemento caratterizzante la tensione drammatica delle sue opere e dei suoi personaggi.

Dopo un’adolescenza turbolenta, tra formazione operaia e un periodo passato addirittura nella yakuza, entra giovanissimo nel mondo della Tv giapponese come assistente. Dal 1963 inizia la sua carriera sul grande schermo essendo subito tra i principali autori del nuovo cinema giapponese, tra film di genere ed opere della corrente pinku eiga (i softcore nipponici). Di lì a breve nasce la sua casa di produzione, la Wakamatsu Production. Alla fine degli anni Sessanta film come Embrione, Angeli Violati e Su su, per la seconda volta vergine lo impongono come uno degli autori asiatici più importanti e sperimentali. E così via, migliaia di fotogrammi, scardinando ogni legge e sovrastruttura del cinema a cercare di raccontare un Giappone sempre più smaterializzato; fino a United Red Army, Caterpillar (in concorso a Berlino 60) e gli ultimi due gioielli di questo infausto 2012. Il cinema di Takashi Miike, Sion Sono e molti altri ancora forse non sarebbe mai stato possibile senza la visionarietà di Koji Wakamatsu, il cui apporto alla cultura giapponese underground è stato decisamente sottovalutato.

È impossibile, e forse riduttivo, mettere ordine alla filmografia di questo bizzarro visionario nipponico, anche se The Millennial Rapture, la sua ultima visione (in concorso a Orizzonti, il mese scorso, all’ultima Mostra di Venezia), sembra proprio lasciare un punto fermo, un qualcosa in cui si arrotola tutto e una chiave di lettura possibile. Assopito in una distanza ironica, è solo all’apparenza più freddo rispetto ai film precedenti. Come se il fuoco, quella rabbia devastante che animava il cinema di Wakamatsu, si fosse in qualche modo acquietata nel lucido sguardo di una vecchiaia saggia. Ma in realtà, il dolore, la disperazione, la compassione riappaiono ancora in fiammate improvvise, tanto intense da raggelare. Perché i film di Wakamatsu offrono ai loro spettatori un’esperienza che non ha equivalenti alla luce del sole, è solo voce del desiderio che echeggia nella notte.

The Millennial Rapture, Koji Wakamatsu, 2012

The Millennial Rapture, Koji Wakamatsu, 2012

Minuti, anni, decenni scorsi in un battito di ciglia, senza dare nell’occhio. Un intero millennio, forse, proiettato sullo sfondo di un paesaggio immobile, condensato, annullato, annichilito in due ore di film, abitato sempre dagli stessi personaggi, dagli stessi occhi. I giovani di Wakamatsu sono belli e forti, ma sono condannati a morire senza invecchiare. E i vecchi non riescono a vivere né a morire, si aggrappano al passato. Rinchiusi in questo punto, gli uomini non hanno gioco né scelta. Sono stretti in una morsa senza via di uscita. Provano a cogliere l’estasi dell’attimo. L’assurdità della vita sino alla morte, punto cardine di tutto Wakamatsu. Con i suoi occhi attraversa quel vicolo ‘cieco’ da cui tutti sognano di stare alla larga, quello spazio assurdo di attese, ripetizioni e disillusioni. Non c’è più, a questo punto, in questo punto del tempo, nemmeno la possibilità di incidere, di modificare l’asse di sospensione del mondo. Quell’evento immaginato in 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate come un taglio nelle viscere, si rimargina nell’indifferenza sconcertante delle cose. Uscito dalla proiezione stampa di Venezia, quel piccolo senso di libertà provato a Cannes divenne quasi definitivo, quasi assoluto.

Maestro assoluto, insuperato ed indiscusso del cinema inteso come squarcio della pelle dello schermo e lavorio degli organi del corpo fisico e filmico, sguardo di ricerca instancabile sull’anima oscura della natura umana. Nel cogliere la sostanza e la forma della nostra perdita di senso, Wakamatsu è uno dei registi definitivi. E la sua grandezza unica sta nella capacità di discriminare, nel riconoscere una differenza ribelle, uno scarto passionale sconosciuto ai più, gli estremi di un gesto di bellezza capace di esprimere l’illusione di un’apertura, di uno squarcio temporale. Siamo condannati a morte. Proprio per questo, Wakamatsu ci esorta a fare ciò che vogliamo, dire ciò che pensiamo. La sua crudeltà ultima sta nel richiamarci al dovere di una libertà impossibile, bellissima. È così bello pensare che il suo addio in fondo sia solo per noi un invito, uno spazio donatoci in cui (re)interpretarci coscienti delle nostre perversioni e delle nostre follie, un tempo che diventa solo ciò che abbiamo nella nostra mente. Un augurio di vita.