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The Post – Steven Spielberg

Spielberg riflette sui mezzi di comunicazioni come veicolo per la riscrittura della storia

Steven Spielberg, come regista così come in veste di produttore, si è sempre concentrato su due aspetti chiave del cinema, da una parte una riflessione sulle nuove forme di rappresentazione (da Jurassic Park per arrivare a Ready Player One), dall’altra, strumento per rivisitare, revisionare avvenimenti storici, a partire dall’Olocausto per arrivare alla Storia più recente degli Stati Uniti. Dopo Lincoln e Il ponte delle spie, The Post (2017) affronta un altro episodio chiave nella Storia americana, la battaglia morale e legale che coinvolse il New York Times e il Washington Post nel 1971, in occasione della pubblicazione dei Pentagon Papers, documentazione top secret, trafugata dal consulente Daniel Ellsberg e affidata poi ai giornali, che rivelava lo studio, commissionato dal Segretario alla difesa Robert McNamara, sulle strategie politiche e militari in Vietnam che, già nel 1967, mostrava l’impossibilità di una vittoria americana.

Nonostante i ruoli più o meno prestigiosi, dal presidente degli Stati Uniti, come Lincoln, al funzionario del Governo, come l’avvocato James B. Donovan (Tom Hanks), Spielberg illumina il carattere umano e individuale dei propri eroi, non figure di potere ma semplici uomini che si distinguono per la loro determinazione nel saper prendere decisioni rischiose e coraggiose destinate a segnare il corso della Storia. «Il giornalismo è la prima bozza della Storia» è il mantra che recita Katharine Graham (Meryl Streep) ora che ha ripreso le redini dell’azienda di famiglia, il Washington Post, dopo il suicidio del marito Philip Graham, che era a capo del giornale dal 1946. Un ruolo di potere, che crede non le appartenga e addica, così come credono molti dei suoi collaboratori, e così come credeva il padre, soprattutto perché donna. Riesce tuttavia a farsi largo in una società prettamente maschile, e maschilista, facendo valere le proprie scelte (rischiose) le cui conseguenze possono compromettere il futuro del giornale stesso, delle persone che ne fanno parte, così come minare gli equilibri del Governo degli Stati Uniti.

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Spielberg riesce a costruire con grande misura l’intreccio narrativo, bilanciando l’aspetto thrilling e di impegno civile del cinema d’inchiesta, senza la facile retorica hollywoodiana, tanto che lo spettatore, nonostante sia a conoscenza, o comunque si prefiguri l’esito della vicenda, sembra sempre aspettarsi un colpo di scena. Un meccanismo ad orologeria perfetto che riesce a girare magnificamente grazie alla maestria con cui vengono uniti gli elementi, le interpretazioni magistrali degli attori, da quelli principali a quelli che svolgono un ruolo secondario, la sceneggiatura (Liz Hannah e Josh Singer, già autore di Spotlight), la colonna sonora (John Williams), la fotografia (Janusz Kamiński, collaboratore storico di Spielberg dai tempi di Schindler’s List), la scenografia (Rick Carter) e una regia “trasparente”, un linguaggio “classico”, (nel senso dello spazio e nella composizione del quadro, nei movimenti di macchina interni all’inquadratura), impercettibile, cala lo spettatore nella dimensione finzionale, facendo ri-vivere il passato dalla posizione del presente.

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Chiari e comprensibili sono certamente i riferimenti all’amministrazione Trump e alla libertà di stampa, la lotta alle fake-news, così come al movimento time’s up e alla condizione della donna in un sistema di potere, che rendono il film estremamente ancorato allo scenario attuale. Tuttavia The Post, nonostante sia centrato sulla parola (il potere alla narrazione, epica, e alla parola stampata del giornale), attua un’articolata riflessione sui legami storici e culturali dei mezzi di comunicazione attraverso una ricerca, e una ricostruzione, quasi archeologica. The Post ci mostra non solamente la redazione del giornale dove venivano riordinate le informazioni e trascritti gli appunti, ma il luogo in cui venivano svolti i processi di stampa, soffermandosi sull’attività delle macchine rotative, tipografiche, che scuotono letteralmente l’intero edificio, l’ultimo passaggio di una catena di montaggio che produce un documento concreto, tangibile nella carta stampata. Analogamente il cinema attua un processo di mediazione, di rivisitazione e, conseguentemente, di riscrittura del passato, dando corpo a idee, gesti, movimenti e parole, immagini che diventano veicoli di memoria culturale e storica.