The Interview poster

The Interview è un gigantesco meme

Alla seconda fatica da registi Evan Goldberg e Seth Rogen affondano le mani nel politicamente scorretto e, come due bambini che vincono il biglietto d’oro per entrare nella fabbrica di cioccolato di Willy Wonka, sguazzano felici nell’attenzione mediatica che il loro film è riuscito a creare intorno a sé.

Se, come insinuato da qualcuno, il tutto non è un’azzardata mossa di marketing da parte di Sony (cosa francamente improbabile), The Interview rappresenta un caso degno di essere studiato nelle moderne università di comunicazione e pubblicità. Il trambusto sembra legarsi direttamente al contenuto dell’opera, controverso, certamente, ma solo perché il bersaglio preso di mira è una figura politica che del controllo dei media e della rappresentazione del suo paese, la Corea del Nord, fa il suo punto di forza.

Kim Jong-un è il dittatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea e già in questo ossimoro sta tutta la carica ironica di cui è rivestito il film e, più in generale, questa figura politica controversa che paradossalmente, nell’ipercritico e demistificante mondo-web di oggi, si fa fatica a prendere sul serio perfino quando fa delle minacce belliche. Non è raro, infatti, incontrare sui social network dei meme che sbeffeggiano Kim Jong-un e il film di Goldberg e Rogen è esattamente questo: un gigantesco meme.

Che cosa c’è di tanto scandaloso in questo film? Praticamente nulla, almeno dal nostro punto di vista occidentale. Forse, a prestare più attenzione, è la forma, il come, che potrebbe essere ritenuta offensiva e non il contenuto, il cosa. Non tanto il fatto che due giornalisti tentino di uccidere il dittatore nord-coreano (questa la trama del film a grandi linee) quanto invece quello di dipingere Kim Jong-un come un omosessuale represso a cui piacciono la tv spazzatura made in USA e Katy Perry. A essere giusti, in The Interview sono tutti dipinti come omosessuali repressi, quasi fosse l’unica categoria sessuale possibile accanto a quella del playboy senza freni inibitori (e le due spesso convivono nello stesso personaggio).

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Il trattamento irriverente di una figura che vive rimpolpando quotidianamente leggende metropolitane sulla sua persona è quello che infastidisce davvero ed è per questo motivo che si sono scatenate pubbliche condanne sotto forma di comunicati ufficiali da Pyongyang e attacchi hacker di difficile attribuzione, almeno dal punto di vista ufficiale. La battaglia virtuale attribuita al gruppo Guardians of Peace ha fatto sì che da una parte fossero perse informazioni personali di dirigenti e impiegati di una multinazionale e dati sensibili di utenti registrati in tutto il mondo presso gli store virtuali presi di mira; dall'altro, invece, ha provocato un blocco a intermittenza delle linee di comunicazione virtuali. Uno scenario che sinistramente fa immediatamente venire in mente quello di una guerra fredda e non è escluso che questo sia l’inizio del secondo conflitto mondiale di questo tipo, una versione 2.0, una guerra digitale, che neppure questa volta escluderebbe gli originali due poli: gli Stati Uniti e la Russia (anche quest'ultima ha fatto sentire la sua voce condannando pubblicamente la distribuzione dell'opera americana), oggi come allora due sistemi culturali contrapposti che non riescono a trovare una via per comunicare e mettersi d’accordo.

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Dopo le minacce terroristiche, gli attacchi hacker, ritiri dal mercato e ripensamenti, è accaduto quello che tutti, Kim Jong-un compreso, sapevano sarebbe successo: il film è in circolazione, non solo e non tanto nelle 300 sale statunitensi che hanno deciso di proiettare il film, quanto soprattutto negli store online dove in pochi giorni, tra vendite e noleggi, ha già totalizzato la bellezza di 15 milioni di dollari di incasso. Cosa che, con buona pace di Rogen, Goldberg e Sony, non sarebbe mai accaduto senza le proteste del capo della Corea del Nord.

Intendiamoci, il film non è terribile. Anzi, a tratti è perfino godibile, a eccezione fatta per i momenti troppo sguaiati e inutilmente volgari a cui la scrittura di Dan Sterling torna frequentemente e che sembrano appartenere alla poetica di Seth Rogen & Co. (ricordate Facciamola finita?) The Interview presenta una sequela di gag che tutto sommato possono strappare qualche risatina, ma il bello sta nel conoscere le situazioni, le idee politiche e le posizioni su determinati argomenti che vanno al di là dei personaggi per arrivare alle persone stesse.

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La sagacia e il vero divertimento stanno nell’esposizione di situazioni e idee che appartengono alla vita reale delle persone che stanno dietro alla realizzazione del film o che si concedono a spassosi cameo (in questo caso si veda la fugace apparizione di Joseph Gordon-Levitt), auto-ironia che appartiene molto alla generazione di divi hollywoodiani a noi contemporanea e che si ritrova a essere unico movente per la visione di questo e (probabilmente) dei prossimi film firmati Goldberg/Rogen, come anche di tutti i prossimi capitoli della saga de I mercenari. Inutile tentare di pontificare su un'opera che avrebbe poco da dire se solo il dittatore nord coreano potesse ufficialmente esprimere un minimo di senso dell’umorismo: per Kim Jong-un significherebbe smitizzare la sua altezzosa raffigurazione e su questo il film/scherzo centra pienamente il bersaglio.

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