Santiago-Italia

Santiago, Italia

Una bella storia italiana

Volevo raccontare con semplicità una storia umana, ma siamo arrivati al paradosso in cui raccontare una storia umana è diventato chissà quale gesto politico”.

Dopo oltre tre anni di assenza dal grande schermo ascoltare il gingle della Sacher Film in apertura è un grande piacere. Specialmente se quel che segue è un film come Santiago, Italia, documentario che racconta con semplicità una bella storia italiana. Al centro della narrazione il Cile, ma anche l’Italia: siamo nel 1970 e Salvador Allende, socialista d’orientamento marxista, viene eletto a presidente del Cile. Per la prima volta in un Paese del centro-sud America la sinistra andava al governo con il voto, senza l’utilizzo delle armi. “Era un Paese innamorato di Allende e di ciò che stava succedendo. Era fantastico, era giusto, era bello.  […] era una festa continua. In campagna, in città, nelle case, c’era un’allegria che in Cile non avevo mai visto”. Con queste parole il regista Patricio Guzmán intervistato da Moretti racconta il periodo di Allende. Quel che seguì è Storia e Moretti non ha la pretesa, né l’intenzione di aggiungere nulla alla documentazione del Golpe Pinochet e degli anni terribili che ne seguirono, già ampiamente trattata da autori come appunto Patricio Guzmán. Si sofferma invece sul ruolo che ebbe l’ambasciata italiana in quei giorni di confusione e persecuzioni, quando moltissimi cileni terrorizzati da quel che stava succedendo al loro Paese (soprattutto dopo aver gustato il dolce sapore della libertà) decisero di rifugiarsi in ambasciata, saltando direttamente il muro, alto circa due metri e dal quale erano stati rimossi alcuni mattoncini in modo da creare una sorta di scaletta. In quel periodo il diplomatico in carica era in Italia per questioni familiari e due giovani trentenni si trovarono a dover gestire questa difficile ed inaspettata situazione. Il Ministero degli Esteri italiano si guardò bene dal fornire disposizioni precise e i due decisero di non mandare via nessuno, di accogliere tutti. Così ebbe inizio questa bella storia italiana, che proseguì con l’espatrio, la calorosa accoglienza e la possibilità d’integrazione che gli italiani riservarono a queste persone scappate dalla loro terra natìa.

Noi sempre abbiamo detto che siamo ricchi perché abbiamo due identità nazionali. Io sono cilena per nascita, con un Paese che mi ha trattato da patrigno. Il Cile è stato un patrigno cattivo per me. E l’Italia è stata una madre generosa”.

Moretti decide quasi sempre di stare al di fuori dell’inquadratura, di costruire il film con interviste frontali e lasciare l’onere della narrazione a chi questa esperienza la porta sulla propria pelle, indelebilmente. A parte l’incipit nel quale osserva dall’alto la vastità di Santiago del Chile, l’unica incursione davanti alla macchina da presa la fa durante l’intervista ad uno dei carnefici, Eduardo Iturriaga, all’interno del carcere di Punta Peuco: quando questi, a intervista finita, si lamenta del fatto che gli avessero promesso imparzialità, Moretti sottolinea il suo non essere imparziale, ribadendo la sua ferma posizione umana.

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Un film che racconta di vicende lontane nel tempo, ma che risulta importante anche oggi, momento storico in cui gran parte della società in cui viviamo ha perso di vista valori importanti quali l’accoglienza, l’integrazione e in generale la solidarietà verso chi fugge da situazioni drammatiche perché in fondo i cileni “scappavano come oggi scappano dall’Africa” e, quotidianamente, hanno a che fare con queste mancanze da parte di un popolo che è stato in grado di accogliere e integrare. E Santiago, Italia è bello e importante proprio per questo, perché testimonia la capacità di umanità che gli italiani dovrebbero oggi recuperare.

“Se c’è qualcosa di bello in questa vita è non solo guadagnarsela degnamente, che già è grande ed è tanto, però anche di farlo per tanti”.