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Rivali – Racconti in cuffia

Estremamente acculturata.
Questa fu la definizione che diede la professoressa alla persona di Francesco, di fronte ai suoi genitori. “E’ decisamente una marcia se non due davanti a tutti i suoi compagni di classe. Il più delle volte spiego cose che lui sa già, e se non le sa è il primo ad interessarsi e ad apprendere. Mi congratulo con lei signora, non so con cosa l‘avete innaffiato ma è acqua buona la vostra!”.
Francesco frequentava l’ultimo anno di scuola superiore presso il liceo artistico di Quica. 3° superiore, dice lui. Quinta per tutti quelli che non hanno affrontato studi classici.
Io credo che il motivo della sua “marcia in più” vada ricercato nell’educazione borghese della sua famiglia. Badate, non uso il termine borghese per andare a definire una situazione economica, nè vado a delineare un immagine dispregiativa.
Si riconosce, intendo, un educazione culturale di altolocato prestigio. I libri in casa, letti ad alta voce dal padre o sempre presenti e indicati sulla libreria. Poca tv, poca monnezza, per disprezzo vero risalito dal cuore. I genitori con 3 lauree in due.

Insomma, Francesco si poteva permettere, sempre culturalmente parlando, qualcosa che io, figlio di donna barista all’autogrill e giardiniere non avrei mai potuto avere. Per educazione appunto. Perché mio padre dopo 12 ore a tagliar piante l’unico libro che avrebbe potuto indicarmi era il mio di scuola, con un “studia” categorico, seguito da nessuna spiegazione o stimolazione ulteriore. Perché la tv stava accesa per i gol e ad alta voce si recitavano giusto i calcoli delle ore di straordinario da far segnare fuori busta al capo.
La cosa che ci accomunava? La fierezza con cui ci definivamo e ci credevamo figli della nostra radice e del nostro ceto, e forse una certa curiosità per le cose…dalla quale derivava un minimo d’intelligenza, da parte mia.
Ero un bifolco, al suo cospetto. Per conoscenza, capacità oratoria e prezzo dei vistiti che ci si portava appresso. Una quarantina d’euro totali i miei, che fino a poco fa si facevano al mercato le compere, prima dell’avvento del colosso commerciale H&M.
Lui andava bene davvero a scuola, in tutte le materie. dai 9 di matematica ai 10 di latino. Non come me, che frequentavo un liceo non degno del proprio nome e, tolto una simpatia accaparrata dal mio professore di italiano dovuta ad una certa propensione alla scrittura, ogni anno in cui non ero bocciato era festa da innaffiare a champagne.
Bando a inutili preamboli. Io e Francesco ci odiavamo, presi da una sorta di guerra psicologica e da sabotaggi continui. Competizione pura. Per le ragazze, per gli amici e per l’opinione comune. Troppo simili dentro e troppo diversi fuori. Io odiavo le sue camicie e lui odiava le mie converse, e tutti e due odiavamo le persone che valevano tanto quanto noi. Tanto basta affinché ci odiassimo.

Un mattino mi dirigevo come altri a scuola, indeciso se varcare la soglia di quel casermone figlio dell’abusivismo edilizio degli anni 70 o fare sega per l’ennesima volta. Sarebbe stata la quarantasettesima, era febbraio, e di assenze se ne hanno 50 e mi sarebbe bastata una febbre per perdere l’anno, di nuovo.
Incontrai Francesco prodigo al ripasso seduto sulla scalinata antistante l’ingresso.
-cosa ripassi fra?-
-che ti frega a te, mica facciamo la stessa classe…-
-no, lo so, era per sapere, fare due parole.-
-e da quando ti interessa far due parole con me?-
-da sempre a dire il vero, ti stimerei un sacco, non fossi così stronzo. Ma sei stronzo quindi hai ragione, nulla, vai a farti fottere.-
Quella breve conversazione per me era un segnale, non so di che tipo e perché ma era un segnale. Se andare bene a scuola, o andare e basta a scuola serve a diventare così stronzi, beh io la sego. Un gesto rivoluzionario.
Un saggio, direte voi.
Mi diressi al bar, il mio bar dei tagli. Se Francesco aveva 10 in matematica io di 10 ne avevo parecchi in più di lui. Scelta del cornetto, studio serrato della stampa, siga-caffè-siga (una sorta di triathlon), letture disimpegnate e depistaggio dei parenti.
Quando proprio non ce la facevo più a stare al bar prendevo il primo treno e me ne tornavo a casa. Se era troppo presto le opzioni diventavano molteplici:
a) scegliere un nuovo bar nella propria città
b) andare dalla nonna e usare la classica: “non c’era il treno, ho aspettato 3 ore in stazione ma proprio non c‘era!”.
c) tornare a casa ed entrare dalla finestra di camera mia senza farmi vedere da mia madre, proprio come in “Kappler” degli Offlaga Disco Pax.
Insomma, avete capito. Un cazzone disumano.
Quel mattino ero al bar vicino a scuola quando successe un evento assai strano. Avevo appena finito di leggere La Stampa e dalla disperazione spulciavo il libro di sociologia quando vidi entrare, bianco e rigido come un stecco, Francesco dalla porta. Erano ormai le 10 e mezza, sarebbe dovuto essere nel suo fottuto primo banco ad effettuare cunnillingus anali ai professori.
Passeggiava nervosamente davanti al bancone senza ordinare.
-Francesco tutto bene?-
-Cazzo no, cazzo no!!-
-Calmati, sembri rainman!-
Sembrava veramente rainman, bastava che incominciasse a bofonchiare “chi batte in prima?” e la trasformazione da bel ragazzo di famiglia borghese ad autistico 40enne era compiuta.
-Prima stavo ripassando storia. Avevo l’interrogazione con la Dogliotti la prima ora. Beh, ho dato una mia versione sugli avvenimenti della seconda guerra mondiale e lei ha incominciato a darmi addosso, al che sono andato in panico e non ho più spiccicato parola! Ho preso 3, cazzo, ho preso 3!
-E che sarà mai! cos’avrai ora, 7 di media?
Lo conoscevo abbastanza bene da sapere che quest’affermazione l’avrebbe agitato ancora di più. Un 7 di media penso non ce l’avesse mai avuto. Un ultima goduriosa visione di un Francesco in panne prima di correre in suo soccorso, pensai.
Non rispose nemmeno, i suoi occhi vitrei si gettarono fissi sul bancone al suo cospetto, e così rimase per qualche seguente secondo.
-Dai Fra non ti abbattere, sono sicuro sarai in grado di recuperare, non hai mai avuto problemi con la scuola. Alla prossima un bel dieci e i tuoi problemi si dissolvono. Conosco bene l’ansia, però non devi farti prendere da essa per così poco.-
Con la stessa gentilezza con cui io approcciai un tentativo di rassicurazione lui finse di raggiungere grazie alle mie parole uno stato di maggior tranquillità, si sedette al mio tavolino e disse:
-Vedi Lorenzo, sai qual è la differenza tra me e te? Io voglio sempre il meglio, esigo il meglio, quando non lo raggiungo piango, soffro, mi dispero. Per te è sempre la stessa merda, ti fai scivolare le cose addosso e bene così.-
Questa frase mi fece incazzare più di ogni altra cosa. Se c’è una cosa che non mi si può dire è che sono insofferente, da sempre.
-Vedi Francesco, non è che perché vado male a scuola, non mi danno per questa e ho dei problemi con la suddetta istituzione sono un fottuto buonannulla. Sono totalmente autosufficiente da anni, lavoro per mantenermi mentre te l’unica cosa che sai fare è studiare. Inoltre ho vissuto una quantità di cose e scopato una quantità di ragazze che tu sogni, di notte. Ah, e la mia conoscenza e cultura non ha nulla da invidiare alla tua e ai tuoi bei voti.-
Questo mio sbotto rimise in riga il ragazzo, che da proteso nei miei confronti si ricompose sulla sedia.
– Scusa Lore, sono nervoso e incazzato, tu non centri nulla. Anzi, grazie.-
Mi coprì dietro la gazzetta come a leggerla, per quanto menefregasseniente, in modo da decretare chiuso il nostro discorso.
Francesco come entrò uscì da bar, del colore della morte, se mai ne abbia uno.

Non era vero che me ne fregavo della scuola. Anzi, la scuola era la cosa che più mi recava ansia in assoluto. Da sempre, dall’asilo, quando per non andarci mi strappavo le unghie per ancorarmi al divano, tirato via da mia madre.
Prima era una questione sociale, legata alla mia timidezza e alle difficoltà nel rapportarmi con i miei coetanei. Poi ad essa si aggiunse la poca voglia di studiare, dopo però, tra l’ultimo anno di medie e il primo di superiori, in concomitanza con il divorzio dei miei genitori, macchia indelebile su di me.
Non vedevo l’ora di uscirne, ma ad ogni bocciatura il traguardo si faceva più lontano.
In ogni caso cercai di dimenticare la faccenda di Francesco, pagai e mi diressi verso la stazione.
I classici sensi di colpa da taglio di scuola si facevano man mano più sentire, dio come stavo male. Una vita buttata nel cesso, pensavo.

Arrivato alla stazione comprai una rivista di musica e cercai di contentrarmi fortissimo sugli articoli che sfogliavo, in modo da non pensare. Tra risultati scarsi arrivai alla mia città. Dalla stazione mi incamminai e mi diressi verso casa.
Era febbraio, la nebbia sembrava salire dall’asfalto e la vegetazione ai lati della strada era cristallizzata. Un paesaggio bellissimo e orribile allo stesso tempo. Morte e desolazione nella via del ritorno. Arrivai a casa e optai per la sopracitata soluzione C.
Accesi la tv, a basso volume per non farmi scoprire, tanto da far passare quella mezzora ancora per poi riuscire dalla finestra ed entrare dalla porta di casa e presentarmi a mia madre.

Era l’una e il telegiornale era appena incominciato, mi persi i titoli d’inizio alle prese con la mia gatta.
La seconda notizia mi folgorò.
“ritrovato corpo di un ragazzo nella cittadina di Quica. Trattasi di Francesco Ferrini Patrotti, 18enne frequentante l’ultimo anno del Liceo Classico. Il ragazzo pare essersi suicidato, buttandosi dal quarto piano del suo appartamento. Le prime indiscrezioni portano a un suicidio legato a un brutto voto, i ragazzi della classe raccontano di averlo visto allontanarsi dall’istituto in seguito ad un interrogazione andata male, frastornato e oltremodo disturbato dall’avvenimento. Tutti lo dipingevano come un ragazzo solare, dotato di particolare intelligenza e sereno”
Il sangue nelle vene mi si raggelò. E se non avessi creato un muro fatto dalle 32 pagine della stampa quel mattino stesso e mi fossi invece impegnato per capirlo e rincuorarlo? Se fossimo diventati amici? se…se…?
Da quel momento non fui più lo stesso. Capii ancor di più che i problemi sono di tutti, e spesso chi sembra averne meno è più inguaiato degli altri. Capii quanto ero fortunato io, sfortunato per eccellenza e quanto possa far bene a volte non andar a scuola.
capii che certe cose non succedono solo nei servizi del tg5, ma anche nella realtà. La scuola può uccidere, pensai. Uccidere chi ci va troppo, e magari uccidere anche chi non ci va, non penso guardi in faccia nessuno.
Alla baustelliana domanda “Perché una ragazza di oggi può uccidersi”, una possibile risposta a quanto pare è “un brutto voto di storia”.
Dopo qualche minuto di trasformazione in marmo mi mossi. Una lacrima mi scavò un solco sul viso. Aprii la porta verso la sala e abbracciai forte mia madre. Lei si levò e fece il gesto di darmi uno schiaffo, non portato a segno. Mi aveva sgamato tagliare, non era la prima volta, le passerà. A lei.

Leggi qui il precedente racconto


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