Paradies Glaube

Paradies: Glaube – Ulrich Seidl

Quanto lontano può spingerci l’integralismo religioso? Quanto può trasformarsi un essere umano quando è convinto di possedere la verità assoluta? Il tema dei fondamentalismi attraversa più di una pellicola in questo inizio di rassegna lagunare. Dopo l’apertura di Mira Nair, il discusso cineasta viennese Ulrich Seidl sposta la sua lente di ingrandimento sul tema della fede.

Secondo capitolo di una trilogia sui paradisi “terrestri” aperta da Paradies: Liebe presentato durante lo scorso Festival di Cannes, Paradies: Glaube, in concorso per il Leone d’oro, racconta l’esistenza di una donna vissuta nel segno di una religiosità ossessiva e radicale. Nel corso del film scopriremo che la donna si è convertita al cattolicesimo dopo un grave incidente che ha costretto alla disabilità suo marito, un musulmano poco avvezzo ai precetti religiosi. Come spesso accade, la conversione della donna è stata brusca e violenta, tanto da renderla prigioniera di una rigidissima ortodossia che invade ogni aspetto della sua vita e sfiora persino la parafilia feticista nell’adorazione distorta e “carnale” della figura del Cristo.

A proposito del cinema di Ulrich Seidl, Werner Herzog ha dichiarato: “Non ho mai guardato l’inferno così da vicino”. Il paradiso del titolo è quindi un luogo sognato, invocato, mai raggiunto. Ben lontana dalla beatitudine è la vita dei protagonisti del film. La tragica banalità delle loro vite li spinge a cercare l’assoluto in simulacri di gesso, nella credenza dei loro salotti. La loro unica consolazione è la certezza della ritualità, tuttavia incapace di offrire loro una vera e piena redenzione.

Un cinema di indubbia potenza espressiva e provocatoria, che in Paradies: Glaube sceglie di osservare le opere e i giorni della sua protagonista con occhio ora ironico, ora affabilmente vicino, ora spietato. Il limite maggiore di una operazione come questa sta però nella sua volontà di estremizzare, non senza qualche eccesso e ridondanza, una visione del mondo che rischia di tradursi in un fondamentalismo di segno opposto. Un’operazione comunque coraggiosa, che vedrà presto la sua conclusione con un film sulla speranza, interamente girato in una clinica per la cura dell’obesità, e che dovrebbe raccontare il rapporto degli uomini con il cibo.