Lullaby-to-my-Father

Lullaby to my father – Amos Gitai

Il cinema costruisce spazi, manipola dimensioni, disegna paesaggi. Come l’architettura, è arte della materia e della forma. Amos Gitai, architetto e cineasta, è piena espressione da anni di questa polarità doppia. Il suo è un cinema dei luoghi del tempo e dello spazio, incessante percorso di scandaglio dentro il nucleo ribollente di contrasti e lacerazioni del suo paese: Israele.

Lullaby to my father, presentato fuori concorso a Venezia, è il sentito tributo che Amos Gitai ha dedicato a suo padre, Munio Weinraub. Ebreo polacco nato a Szumlany nel 1909, Munio frequenta all’inizio degli anni ’30 del secolo scorso l’ambiente del Bauhaus, entrando in stretto contatto con personalità eminenti della cultura europea come Walter Gropius, Vassily Kandinsky e Paul Klee. Presto la mannaia della burocrazia nazista si abbatte su di lui, precludendogli la possibilità di completare la sua formazione accademica in Germania. Dopo un processo-farsa, accusato di attività sovversive contro lo stato, gli vengono sequestrati tutti i documenti e i progetti custoditi nel suo appartamento ed è costretto a fuggire prima in Svizzera poi in Palestina, allora sotto il governatorato britannico. Fino alla fine dei suoi giorni, nel 1970, vive e lavoro in Israele dove, pur senza aver mai formalmente ottenuto un titolo accademico, apporta un contributo importante all’architettura del suo paese, progettando molti edifici ad Haifa e Tel Aviv sulla scorta del disegno funzionalista conosciuto in Germania.

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Lullaby to my father è l’opera che meglio e con più lucidità utilizza le molteplici potenzialità espressive del documentario, tra quelle finora viste in questa rassegna veneziana. Parte di un ideale dittico di storie familiari insieme a Carmel, regalo di Gitai a sua madre realizzato nel 2009 e anch’esso riproposto a Venezia, è un film che si articola su un perfetto equilibrio tra più soluzioni narrative. Le interviste ai protagonisti sono interpolate a momenti in cui le magnifiche voci di Jeanne Moreau e Hanna Schygulla leggono le toccanti lettere che Munio scriveva ai suoi familiari. Due poesie di Leah Goldberg, poetessa israeliana di origini lituane, lette dalla voce di Gitai incorniciano un ritratto che mai scivola nella retorica o nell’enfasi celebrativa.

Un complesso patchwork di fotografie, memorie, movimenti. Perfetta realizzazione del principio teorico dei Bauhaus secondo cui dovrebbe essere la materia a determinare la forma. Essenziale, asciutto, rigoroso. Magistrale lezione di cinema e di storia. Di una storia di famiglia che, come Gitai ha dichiarato, si inserisce in contesto più grande per diventare storia di un paese, di un popolo e dei suoi infiniti esodi.

foto © Dan Bronfeld