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Ana Arabia – Amos Gitai

Amos Gitai, torna nella sua amata Venezia con uno dei suoi film più sperimentali. Si parte da un luogo vicino a Jaffa, luogo in cui israeliani e palestinesi vivono insieme, tra amici. Ma tutto ciò succede solo in quel lembo di terra, fuori è tutto come prima. Per questo Gitai ci vuole in quello spazio, ma non solamente come spettatore, bensì come attori all’interno di quel flusso.

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Gitai pedina l’errare di una giornalista che indaga prima e si perde poi nelle parole di un mondo che la stupisce. Da qui l’esigenza di non frammentare quell’esperienza perché troppo pura, troppo importante. Ci vuole partecipi di questo peregrinare, infatti quando si ferma Yael pare proprio invitarci a seguirla, a renderci partecipi tutti del suo personalissimo stare li, della ricerca che deve compiere.

Un flusso ristretto dove in fondo la città/società rimangono a fondo campo perché a questa storia non possono appartenere. Gitai rischia molto mettendo in scena un unico piano sequenza (le operazioni simili più celebri, anche se su ambienti e temi completamente diversi, sono l’Hitchcock di Nodo alla Gola e il Sokurov di Arca Russa) dilatando la sua visione ad una situazione geopolitica in continuo movimento e il suo occhio non abbandona mai ciò che ha paura di non vedere più (la guerra e la memoria, in continua dicotomia). Un occhio che plana sulla superficie dello stato delle cose di ciò che ancora gli sta a cuore raccontare. Gitai rischia, e la sua scommessa l’ha già vinta.