gebo e l'ombra

Gebo e l’Ombra – Manoel de Oliveira

La vera proiezione speciale, e uno dei momenti più attesi di questo festival. L’ultima opera di un uomo che va avanti per la sua strada senza fermarsi e ogni volta ritrovando un tema nuovo, uno stile diverso che porta freschezza e innovazione in ogni suo film. Manoel De Oliveira (104 anni, Leone d’Oro alla Carriera nel 2004) torna alla Mostra di Venezia con l’adattamento dell’opera dello scrittore portoghese del secolo scorso Raul Germano Brandão, O Gebo e a Sombra. Un film girato in 25 giorni, in lingua francese, un omaggio da rendere alla Francia, paese che dà i sui natali al cinema. Un progetto che De Oliveira teneva da tempo nel cassetto insieme ad un altro (Diablo, adattamento di un testo brasiliano), un film sulla condizione umana, più attuale dell’opera da cui è tratto.

La drammatica storia di Gebo, vecchio contabile che deve continuare a lavorare per mantenere la sua famiglia. Gebo (Lonsdale) vive con la moglie (Cardinale) e la nuora (Moreau), moglie del suo unico figlio, in un’umile casa. Da tempo non hanno notizie del figlio e la madre è disperata. Il padre crede che il figlio sia coinvolto in qualche attività losca, ma non dice alla moglie del suo sospetto. La nuora si prende cura dei suoceri come se fossero i suoi genitori e intanto aspetta il marito. Una notte, improvvisamente, questi ritorna. La madre è sicura che resterà, mentre il padre non si fa illusioni. Volutamente, o forse no, il padre non nasconde il grande quantitativo di denaro che tiene in casa e che appartiene alla società per cui lavora come tesoriere. Senza farsene scrupolo, il figlio lo ruba. Il padre non ha altra scelta che nascondere alla moglie la truffa che il figlio ha commesso.

Un film in cui non c’è nessuna pretesa di qualcosa di straordinario, eppure sublime. Michael Lonsdale, Claudia Cardinale, Jeanne Moreau e gli affezionati Leonor Silveira e Luìs Miguel Cintra non fanno altro che recitare il loro stesso vissuto, le loro sensazioni sul tema della società quasi a (s)confinare nella vita di oggi.

Tutto è relativizzato, c’è sempre un conflitto tra due soggetti posti su diversi piani della rappresentazione; c’è anche un evidente ambiguità di fondo, i costumi non sono da veri poveri, dalla povertà si passa a qualcosa di più profondo, alla filosofia della povertà. Pochissime riprese, per lo più fisse e frontali, dialoghi estenuanti, espressioni smarrite, tutto qui. Quasi se come l’intero mondo, o addirittura tutto l’universo ruotasse intorno a quell’umilissima sala da pranzo, De Oliveira ci insegna che ogni piccola storia può essere la più grande metafora possibile sull’esserci, sullo stare qui. Su di noi. Straniante, immenso, splendido.