un giorno speciale

Un giorno speciale – Francesca Comencini

Terzo e ultimo film italiano in concorso, arriva puntuale anche quest’anno l’appuntamento con una delle sorelle Comencini, presenze fisse nella selezione ufficiale qui al Lido da un po’ di anni. La proiezione mattutina per la stampa non è affollata, il grosso dei giornalisti sceglie di andare a vedere Brian De Palma. Lo scetticismo dei cinefili verso Un giorno speciale è stato uno dei temi ricorrenti in questi giorni nelle chiacchiere tra code e spritz qui alla Mostra.

Tratto da un romanzo di Claudio Bigagli, è la storia di Gina, bella ragazza della periferia romana che si prepara ad incontrare un onorevole che potrà aiutarla a iniziare la carriera di attrice. Ma l’appuntamento si sposta sempre e lei passerà la giornata con Marco, l’autista mandato a prenderla, anche lui giovane dei sobborghi al primo giorno di lavoro e contento dell’impiego su raccomandazione. Avranno modo di conoscersi e forse di innamorarsi mentre la resa dei conti morale nel palazzo del potere si fa sempre più vicina.

L’eterno schema italiano della raccomandazione, della speranza nell’intervento risolutore di un potere superiore e onnipotente declinato nella recentissima evoluzione dei tempi dei festini e dei favori sessuali sistematici. Tema scivoloso in cui è facile scadere nel cattivo gusto e nello scandalismo da rotocalco, meritoria è quindi sicuramente la scelta della regista, impegnata animatrice del movimento “se non ora quando” legato alla richiesta di rispetto politico per il corpo femminile, di usare mano leggera provando a scostarsi da un’estetica dell’ovvio. La scelta di “vendersi” per un futuro al livello dei propri sogni appare rapida e scontata, normalmente spalleggiata dalla famiglia. Scelta valida, ma non di un solo aspetto di trama vive un film, e Un giorno speciale è film che zoppica, nasce piatto e muore male.

La sceneggiatura tiene un registro leggero improntato sul tono della classica commedia romantica nel peregrinare quasi completamente spensierato dei due protagonista per Roma, per poi calare come una mannaia il peso morale (e più moralista del dovuto/voluto) delle scelte di vita, del rapporto con il lavoro e con chi ne detiene le chiavi di accesso, del senso del corpo e del suo uso, su un finale che risulta schizofrenico e velleitario, pomposo nel commento sonoro, alla ricerca di una gravità che finisce con lo stonare irrimediabilmente con tutto ciò che è venuto prima. Sulla recitazione possiamo dire che Filippo Scicchitano è a suo agio nel ruolo e si conferma uno dei giovani attori di maggior prospettiva, mentre la sua partner Giulia Valentini porta a casa la parte senza troppi problemi, del resto sulle scelte di tono nel finale poco ne potevano. Alla fotografia un grande come Luca Bigazzi fa il compitino regalando al film quei toni caldi e saturati che tanto piacciono ai registi italiani negli ultimi tempi, non dovendo poi spremersi troppo data la scolasticità della messa in scena.

Il pubblico di addetti ai lavori accoglie col silenzio assoluto i titoli di coda, e checché ne dicano sui quotidiani questa è accoglienza pessima, visto che in questi anni di lanci di pomodori e salve di pernacchie se ne son visti pochi. La domanda di molti è questa: cosa ci fa questo film nel concorso principale? Prodotto di mediocrità totale, destinato a distribuzione capillare e risultati di cassetta medi per pubblico medio, di totale insignificanza per il mercato straniero a cui un film accolto in simile contesto dovrebbe sempre poter guardare. Il mio, non parlo certo per tutti gli accreditati infastiditi che ho visto all’uscita, non è snobismo nerd o elitarismo cinefilo, ben vengano i film capaci di catturare il pubblico e avere un registro leggero. Ma se questo dovrebbe essere il meglio che il cinema italiano, giocando in casa, può offrire a una vetrina che ambisce ad essere universale, beh allora abbiamo un problema.