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Cristina e Francesca Comencini

100 registi (e tantissimi film) che migliorano una vita

Le Comenicini, non sono una coppia artistica, non sono un esempio di inglobamento creativo del mondo dello spettacolo ma sono “alla seconda” in quanto sorelle, in quanto registe, entrambe, in quanto figlie, biologiche e cinematografiche della stessa arte, la Settima, in anticipo praticata da Luigi, il padre.

Le sorelle Comencini pulsano di un medesimo sangue biologico, portano lo stesso suono distintivo nel nome, praticano ugualmente il mestiere del mettere in scena davanti alla macchina da presa ma artisticamente sono due personalità distinte, distinguibili e nettamente identificabili in maniera individuale.

Cinque anni di differenza le separano: Cristina è nata nel 1956, Francesca nel 1961. Lo stesso numero di pellicole – sceneggiate o dirette – le accomuna: 14. Unica differenza d’esperienza quella dello stare “davanti alla macchina da presa”: Cristina, diretta dal papà, l’ha vissuta a 13 anni in Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano (1969). Per Cristina il cinema giunge dopo l’Economia e commercio della laurea, in direzione di una regia spesso “di cuore”, che ricorre nei titoli, oltre che nelle tematiche: Va dove ti porta il cuore (1996), La bestia nel cuore (2005), non sono gli unici titoli della sua filmografia ma, quasi certamente, oltre che quelli più riconoscibili, anche quelli più identificabili come di sua matrice, nonostante, per esempio, i dieci anni di differenza tra le due pellicole. La prima, eccellente nell’interpretazione dell’anziana nonna, a cui una bellissima e intima Virna Lisi ha prestato volto e corpo, conducendo la trama e lo spettatore nel viaggio della memoria, tema ricorrente, interlacciato a quello del cuore, e alla geografia americana che ritorna anche ne La bestia, dove il percorso nel ricordo dell’infanzia e il viaggio statunitense strutturano anche qui lo scheletro della storia.

La donna della mia vita (2010) è un altro film di Cristina, di cui firma soltanto la sceneggiatura, dando però prova di un senso della messa in scena del sentimento capace di velarsi non solo di nostalgie e tracce di dramma ma di una vena ironica, sdrammatizzante e incline alla commedia, lasciando che il genere non si riduca ad un intrattenimento fine a se stesso ma ad uno stimolo che accarezzi le emozioni ma ne sappia anche sorridere, anche qui nell’eccellenza di un corpo attoriale femminile sublime quale quello di Stefania Sandrelli, nel ruolo della mamma.

Francesca senza laurea in mano, anzi abbandonata la strada della filosofia per una fuga verso la Francia a poco più di 20 anni è subito così, “piano e forte” il suo vissuto e il suo approdo al cinema: è il 1982 quando dirige Pianoforte, vincendo il premio De Sica a Venezia e iniziando così la sua professione di regista più ibrida, più di ricerca, rispetto a quella profilata e riconoscibile di Cristina: Francesca Comencini per anni non disdegna la televisione nel rifacimento di Marcellino pane e vino (1991), per esempio. Il documentario è però il genere più inseguito, più ricorrente e insistente nel cinema della Francesca Comencini degli Anni ’90 con Elsa Morante (1995) o Shakespeare a Palermo (1997).

Lo spazio bianco (2009) in un immaginario immediato, al di là che si tratti del titolo di un film, suscita immediatamente sensazioni di asetticità, freddezza, sospensione del tempo, pace: ad ogni modo qualcosa di quasi paralizzato, ovattato e così è anche nel film di Francesca Comencini, in cui però il soggetto della nascita prematura, un soggetto di così delicata e intesa drammaturgia, riesce a dare una pulsazione quasi sanguigna a questo ambiente, quello del reparto neonatale in cui, quasi unico sfondo, la vita prende corpo, lasciando nello spettatore il disagio dell’impotenza davanti alla potenza della natura e l’apertura dello spiraglio della speranza dinnanzi a questo bianco tutto da scrivere.