francesca archibugi

Francesca Archibugi

100 registi (e tantissimi film) che migliorano una vita

Lei aveva 28 anni (ed esordiva nel lungometraggio), io ne compivo sette e ricordo Mignon è partita (1988) come uno dei primissimi racconti per il cinema che ho visto iniziando a capire, a sensazione più che per consapevolezza, di essere affascinata da quel linguaggio. Ho conosciuto prima la storia, vista e rivista nel tempo più volte – è uno di quei film di cui percepisci i livelli di lettura differenti a seconda dell’età – senza però dimenticare le sensazioni date dall’anagrafe del tempo di visione precedente. Subito dopo la storia si e’ innestata nella “mia bambina” il desiderio di capire “chi la raccontasse” e lì ho conosciuto Francesca Archibugi (e Stefania Sandrelli, e Massimo Dapporto) per voce della mia compagnia di visione, mia madre.

La neuropsichiatria infantile mi ingloba in prima adolescenza dentro Il grande cocomero (1993) in cui resto ancora, e di nuovo, affascinata da questa regista che riesce ad aprirmi finestre complesse ma realistiche sul mondo, raccontando con una semplicità profonda, non disturbante per una poco più che bambina, rinnovando lo stimolo di visione (non solo cinematografica, più di vissuto). Quella con la Archibugi è soprattutto una Questione di cuore (2008): Rossi Stuart e Albanese, due uomini che più diversi sulla scena e nella stessa della vita non potrebbero essere, inglobati in una stanza di rianimazione imparano a rendersi reciprocamente indispensabili per difetto di cuore, che da malformazione sanitaria muta in eccellenza affettiva. Sceneggia Archibugi, recita Mastroianni in Verso sera (1990): le esperienze si possono anche leggere: non c’è bisogno di farle tutte di persona.
Francesca Archibugi ha fatto dire al suo Professor Ludovico quello di cui lei riesce a praticare maestria, ovvero far appropriare di esperienze non vissute, attraverso la “sola” lettura (filmica).