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The Reluctant Fundamentalist – Mira Nair

Raramente nelle recenti edizioni della Mostra del Cinema di Venezia il film inaugurale è stato un film fuori concorso. Accade quest’anno con The Reluctant Fundamentalist, atteso ritorno in laguna per l’indiana Mira Nair. Una scelta in linea con la politica di sobrietà introdotta dal neodirettore Barbera, mirata forse a non sovraccaricare di aspettative mediatiche l’evento di apertura della Mostra.

Tratto dal romanzo best-seller di Hamid Mohsin, il film racconta la parabola esistenziale di un giovane pakistano, figlio di un poeta caduto in rovina, attratto dalle potenzialità che il sogno americano suggerisce alla sua intelligenza e alla sua ambizione. Trasferitosi a Manhattan, dove metterà al servizio di una potente società finanziaria le sue doti intellettuali, sarà travolto dalla nube di rancore e violenza che l’America dimostrerà di nutrire nei suoi confronti dopo la tragedia dell’Undici Settembre. Il crollo delle torri gemelle rappresenterà per lui il momento della definitiva e ineludibile presa di coscienza identitaria. Decisa nella difesa del suo popolo e di un intero patrimonio culturale, ma altrettanto ferma nella volontà di perseguire la lotta ad ogni fondamentalismo senza cadere nella barbarie e nell’errore della violenza.

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Una buona apertura, senza sussulti, ma che nonostante le oltre due ore di durata riesce a tenere desta l’attenzione grazie ad una sceneggiatura scritta con cura e alla bravura di un cast ben assortito. Senza particolari guizzi di originalità la regia di Mira Nair, protesa ad annodare con solido mestiere le trame di un racconto che attraversa dieci anni di storia e due continenti. Una inaugurazione nel segno del politicamente corretto, che ha comunque il merito di offrire alla riflessione una prospettiva diversa sul mondo emerso dalle macerie di Ground Zero.

Il film di Mira Nair è lì a farci riflettere su quanto sia facile cedere alla tentazione del fondamentalismo e dell’incasellamento automatico, di ogni tipo. Figlio della manichea separazione tra buoni e cattivi, o della pigrizia di chi rifiuta di considerare fino in fondo la complessità delle vicende umane. In ogni modo e in ogni mondo la strada da percorrere è ancora lunga. Nella colonna sonora un brano inedito scritto da Peter Gabriel, cantato in duetto con il pakistano Atif Aslam.