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Speciale Batman – I due capitoli targati Burton

Forse l’unico piccolo grande errore di Tim Burton è aver omesso, nel titolo, l’articolo davanti al nome. Nella prima apparizione sulla rivista mensile Detective Comics datata maggio 1939, l’eroe, creato da Bob Kane, si chiamava, infatti, Il Batman.

L’articolo rende unico il soggetto, alzandolo ad un livello quasi mitico, spostandolo ancora di più da qualsiasi appartenenza alle cose terrene e confinandolo così in una sorta di universo onirico, dove una piccola patina si addensa sulle cose lasciandoci ogni volta con il dubbio che tutto quello che abbiamo visto sia successo veramente. D’altronde Gotham City è letteralmente la città degli sciocchi. E solo gli schiocchi possono credere che a salvarli sia un uomo travestito da pipistrello che gira solo di notte. E, infatti, alla fine dei due film, nessuno si salva veramente. Né la città, che rimane composta degli stessi schiocchi che poco prima erano pronti ad eleggere il Pinguino come sindaco della loro città, né lo stesso eroe, che si ritrova solo a vagare indossando la sua vera maschera, quella di Bruce Wayne.

Ma procediamo con ordine.

Ci sono quattro scene dei due film di Burton, Batman e Batman il ritorno, che ci fanno capire come il vero capolavoro di Tim Burton non sia tanto nell’essere riuscito a trasportare brillantemente sullo schermo l’epopea a fumetti del Pipistrello, ma quello di essere riuscito, sfumando ai bordi, di farci cadere, inconsciamente, nell’abisso profondo di un sogno durato il tempo di un impercettibile sonno in balia di una creatura misteriosa.

Vincitore dell’Oscar nel 1990 per la miglior scenografia, il film di Burton, il primo, dopo quello di Martinson del 1966, comincia con una scena che, per tutti i lettori del fumetto, sa di deja-vu. Una famiglia, padre, madre e figlio, si avventurano, dopo essere usciti dal cinema nei meandri di una città che le prime inquadrature ci hanno mostrato come essere il ventre del più grottesco immaginario espressionista tedesco, per di più a colori, quando due ladri si avvicinano per derubarli. Il padre è colpito, ma la mamma no.

E qui, subito all’inizio, si avverte il primo dissesto, infatti, la scena è la stessa che anni prima ha vissuto Bruce Wayne, quando un ladro ha ucciso sua padre e sua madre facendo covare in lui i semi della vendetta che poi dopo anni l’hanno portato ad indossare la celebre maschera. In questo primo cortocircuito si innesta la prima apparizione dell’eroe, che compare all’improvviso, nell’ombra, dove gli occhi non possono percepire se non solo le sfumature, e apre le ali coprendo di nero lo schermo avvolgendo i ladri e lo spettatore nello scuro del suo mantello e facendoli precipitare così alle soglie di un possibile sogno.

Lo stesso da cui, in un’altra scena, si risveglia Vichy nel suo letto, la fotoreporter, dopo essere stata drogata perché aveva visto la Batcaverna. Far ritorno dal ventre della balena è impresa epica che lascia lo strascico dell’incertezza. D’altronde il finale del film, con quella salita alla cattedrale di Gotham non è altro che un omaggio a Vertigo di Hitchcock, il film, che più di ogni altro, ragiona su quel labile confine tra realtà e finzione.

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Il sogno continua anche nel secondo film, Batman il ritorno, forte degli incassi del primo, Burton decide di proseguire con la saga estremizzando ancora di più il discorso sull’identità e sulla solitudine del diverso, per scelta, come Batman (il pipistrello), per nascita, il Pinguino, e per necessità, Selina Kyle (la gatta); sul rapporto genitore-figlio, dal magnate Max Shreck che non si fa scrupoli pur di lasciare un’eredità al figlio, ai genitori del Pinguino che lo hanno abbandonato per la sua deformità, alla madre assillante di Selina.

In un mondo dove arrivano prima le ombre dei corpi il film si apre allo stesso modo di un altro importante film. Quella macchina da presa che si fa beffa del divieto d’accesso e varca la soglia del cancello per poi ritrovarsi all’improvviso dall’interno all’esterno è la stessa di Welles e del suo Quarto Potere. Anche in questo inizio, la sensazione di deja-vu è forte e va a rinforzare le pareti già spesse del sogno che il primo film aveva lasciato aperto. La quarta delle scene di cui parlavo sopra è quella in cui Batman scende nella Bat-Caverna chiudendosi in un sarcofago egizio e portando con sé una forte sensazione di morte, lasciando per un momento percepire che in realtà Gotham non è altro che la citta dei morti.

Quindi ecco perché Il Batman. Così come Il Minotauro. Così come qualcosa che è mito. Il Batman di Tim Burton è questo. Un lungo sogno con l’anima di un incubo. Un Batman a cui però Tim Burton ha negato l’articolo.

Le storie che i due film raccontano per un certo verso sono molto simili. La città di Gotham è minacciata dal Joker che attraverso un gas vuole sterminare tutti gli abitanti e dall’altra dal Pinguino che, in un gesto di discendenza biblica, vuole uccidere tutti i primogeniti. Dal Joker interpretato da Jack Nicholson, al Pinguino di Danny De Vito alla Catwoman di Michelle Pfeiffer, tanti i volti noti, come Christopher Walken, Kim Basinger, Micheal Murphy e un incredibile Micheal Gough nei panni di Alfred.

Il Batman di Micheal Keaton è un Batman poco fisico, non ci sono i muscoli di Bale, né le arti marziali, i difetti dei due film si notano molto negli scontri, che sembrano sempre farraginosi e incompleti, e il passare degli anni non allontana un briciolo di ridicolo in certi gesti che sembrano abbozzati con un po’ di timidezza. Micheal Keaton è però un Bruce Wayne molto elegante, poco playboy, come è in verità nel fumetto, immerso totalmente nel buio e nella solitudine della sua immensa villa. Solo il Bat-segnale riesce a dare un po’ di luce a quelle stanze che sembrano immobili in un passato che non vuole andarsene e che continua a voler farsi presenza forte e continua nella vita del giovane miliardario. Rimane comunque sua una delle più memorabili battute che uomo possa aver detto dopo un primo incontro-scontro con una donna: “Alfred portami una pomata antisettica”.

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Se il primo film risente molto ancora di un’estetica che avvicina i gangster movie alla pop-art, il secondo invece è pura Burton-fantasia, una scenografia che non si fa più intimidire dal confronto con il fumetto, ma che si fa più ambiziosa e più caratterizzante, costruendo così un mondo ancora di più scuro, metropolitano e grottesco. Movimenti di macchina che partono dall’alto e che si muovono su binari senza direzioni, panoramiche che si avvitano su se stesse senza trovare il lato giusto per inquadrare le forme mostruose che invadono lo spazio, un continuo ondeggiare dal basso delle fogne all’alto dei grattacieli, non c’è spazio per i piani di mezzo, c’è il sottosuolo, la fogna, l’underworld, regno dei derelitti, e il sopra, l’altro vertiginoso dei grattacieli, regno di quelli che comandano, dall’anima, se possibile, ancora più in dissesto.

“Si scende o si sale per dare felicità alle masse”, e la Gotham City di Tim Burton ha un’eccedenza di energia che la porta all’inconsueto, al proliferare di uomini-bestia, di mostri. I due Batman di Tim Burton oltre ad assomigliare moltissimo al cinema del regista riescono a trovare un nuovo orizzonte per la fantasia di tutti quelli che hanno letto le strisce dell’uomo pipistrello ed hanno cercato almeno una volta nel cielo quel segnale.

E come in un sogno, al risveglio dei due film di Batman, scopriamo che non solo ci sono dentro desideri e speranze, ma anche lati oscuri che gli occhi vigili sulla realtà a volte si dimenticano di mostrarci.