Racconti in cuffia - Racconti brevi e meno brevi a puntate - A cura di Simone Barisione

Ask Me - Racconti in cuffiaSteven quel mattino di mercato decise di alzarsi presto. Non era certo un mattiniero, e passava molte ore la notte sveglio davanti al computer a bighellonare. E, certo, il suo presto non equivaleva al presto di un lavoratore impiegato qualsiasi, ma aveva sicuramente lo stesso valore morale.
Gli piaceva, talvolta, svegliarsi di buon mattino e godersi la sua cittadina nel pieno della sua attività. Vedere uomini di mezza età compravendere cianfrusaglie e ortaggi, uomini di affari o presunti tali far colazione dal bar dove solitamente passava le sue peggiori serate, sentire i discorsi qualunquisti, squisitamente qualunquisti dei suoi compaesani nei vari locali, prodighi nel gesticolare ampliamente e darsi di gomito. E vi si cimentava anche, se ne era in vena. Era buono di prendersi 3 caffé in un mattino, per girarsi i bar.
Era sicuramente il periodo della giornata dove, se la sveglia squillava presta e i sensi di colpa per la nullafacenza non navigavano già in acque alte, si sentiva meglio. Giaceva un vago senso d’ottimismo, per la giornata almeno. Anche se, a dire il vero, erano rare le giornate in cui l’abbandono del letto avveniva prima della mezza.
E poi, come spesso accade per lui, quel mattino, c’era un cancro da far sfatare dalla dottoressa. Già, Steven, l’incurabile ipocondriaco. Il malato immaginario. Sempre una qualche patologia incurabile mina la sua incolumità fisica. E quel mattino, pure.

Mary quel mattino invece, alla “buon ora” in cui si è svegliato Steve ha già: passato l’aspirapolvere in camera, spostato il mobile che “a pensarci bene in quell’angolo non stava bene“, fatto una colazione e un spuntino, steso la lavatrice e preso la linea 12 per recarsi al lavoro.
Mary non sta troppo al computer, non bighellona, lei. Si è diplomata il 29 Giugno 2006 e il 31 Agosto dello stesso anno, dopo aver metabolizzato in 6 ore di non aver più voglia di andare avanti con gli studi, ha siglato il suo primo contratto di lavoro, che a 6 anni di distanza ancora mantiene. Aveva inviato centoventi curriculum, nel dubbio, in 2 mesi.
Lavorava allo sportello dell’Asl, lei. Smistava i tossici a destra verso il ser.t, quelli che devono fare le analisi del sangue per il lavoro a sinistra, gli sportivi che devono far la visita per l’idoneità all’attività fisica al secondo piano dal medico dello sport. Cose così insomma, dirigeva il traffico, in un certo senso.
E le piaceva. Perché nelle partite di pallavolo delle medie faceva l’arbitro, a guardia e ladri la guardia e quando suo padre guardava la formula 1 alla domenica pomeriggio faceva il meccanico con la paletta che diceva al pilota quando partire. Voleva avere un potere Mary, il potere di dare una direzione alle cose.
Organizzare, seguire, avere il controllo degli eventi.
La paura più grande di Mary era infatti l’incontrollabile, l’imprevisto. Pianificava tutto, dagli studi quando era più piccola al lavoro dopo, e pure i momenti di svago.
In tutto ciò il pericolo più grande era la malattia, specie se degenerativa. La regina dell’incontrollabilità. Era talmente ansiata e paralizzata da questo terrore che si faceva prescrivere le analisi, a cadenza fissa, dalla dottoressa e grazie al suo lavoro riusciva nel giro di 12 ore ad avere i risultati di esse.
Quel mattino si era presa 2 ore di permesso dal lavoro, per poter andare dalla dottoressa. Un paio di sintomi l’avevano convinta di essere affetta da SLA, sclerosi laterale amiotrofica. Mamma mia.


La sala d’attesa era affollatissima. La dottoressa di Quica teneva aperta poche ore la settimana, e spesso nei mattini di mercato. L’età media sfiorava l’ottantina e l’aria aveva un certo peso. Sia dal punto di vista psicologico che olfattivo. Tutti li, a lamentarsi dei propri dolori veri o presunti, della vecchiaia, del tempo e dell’amministrazione.
Né a Steven né a Mary piaceva (per nulla) quel clima. Ma era il prezzo da pagare, per una diagnosi spesso rassicurante.
La dottoressa di Quica era una donna sulla cinquantina, grassoccia ma tutto sommato in forma. Brillante, si può dire. Anche se i dubbi, sulle sue reali competenze, in tanti ce li avevano in città. Ma non si sa come, in un luogo di maldicenze come Quica, questa cosa ognuno se la teneva. Gran dottoressa, la Folloci, tutti a dire.
Steven arrivò in bicicletta, come Mary quel giorno, dalla dottoressa. Steven perché gli avevano ritirato la patente per guida in stato d’ebrezza, dopo qualche mese da quando l’aveva presa, la prima volta che si mise alla guida bevuto. Lui si perpetua a chiamarlo “Sindrome di Fantozzi”, questo stato delle cose volto al peggiorare di ogni situazione che sembra, effettivamente, affliggere Steve. Qualcun’altro direbbe Legge di Murphy, ma non dilunghiamoci.
Mary invece usava la bici per non inquinare. Oltre ad essere iscritta all’Anpi, all’Arci, agguerrita animalista e motore del circolo di lettura era anche accanita ambientalista. E poi gli permetteva di fare un po’ di ginnastica in più.
Entrambi, però, con le cuffiette dell’ipod ben conficcate nelle orecchie. Per Steven gli Empire of the Sun, musiche ascendenti per il mattino. Per Mary invece i Red Hot, quelli di Blood Sugar Sex Magik, per ottenere energia dallo slap di Flea.
Entrarono contemporaneamente nell’androne del palazzo e dopo qualche secondo di indecisione e un timido saluto decisero a cenni chi sarebbe entrato per primo nello studio.
I due si erano visti almeno 3 o 4 volte, in quello spazio limitato, e mai fuori. C’era una certa simpatia però. Il catalizzatore della loro empatia era il fatto che, da soli, abbassavano di quasi vent’anni l’età media dei presenti.
Non sapevano, inoltre, di avere un sacco di passioni e cose in comune. La musica, innanzitutto. Steven era il chitarrista di una band post-punk di provincia e Mary grande divoratrice di dischi. O la letteratura. Per lui la narrativa americana del ‘900 e per lei i grandi gialli. Cose che non sapevano, ma che, forse, in qualche modo sentivano. Perché certe letture e certi dischi ti si scavano direttamente in faccia, creano delle rughe, delle espressioni.
La cosa più grande in comune, però, stavano per viverla assieme, e ne erano ancora completamente ignari.
Erano sette, in tutto, dentro quella sala d’attesa. Otto, a contare pure la segretaria. Un unisono di occhi bassi, un concerto di sottili lamentii, a giustificare e rendere credibile la loro presenza lì.
Tre di loro, almeno, passavano un giorno sì e un giorno no dalla dottoressa. Steve provava un grande odio, per quei tre. Pensava: “Per quale cazzo di motivo se non hai assolutamente nulla devi essere tutti i giorni dalla dottoressa?”.
La verità, forse, è che aveva una paura fottuta di divenire così. Un cazzo di vecchio lamentoso. La cadenza delle sue visite erano ora bisettimanali, o mensili. Ma, pensava: “In fondo io ho google che sfata o alimenta le mie fobie. Yahoo answers, e poi quei cazzo di blog fatti da dottori per ipocondriaci. Loro tutto questo non sanno manco cosa sia”.
Mary invece non provava alcunchè, notava a stento i volti dei presenti, di volta in volta. E poi in cuor suo sapeva che era una forma di aggregazione, e la dottoressa una voce costretta ad ascoltare questi vecchi soli.
Vecchi soli, già. Come quello che quella mattina di punto in bianco tirò fuori una pistola dai pantaloni, se la puntò in testa e decise di offrire uno show extra.
“Io mi ammazzo, adesso! Sono stanco, vent’anni che vivo in una casa di riposo con 400 euro al mese e non ho manco la libertà di pulirmi il culo”. Tratteneva a stento le lacrime, Franco.
Franco era un veterano di guerra, uno dei pochi rimasti. Lui aveva combattuto in prima linea partigiana le rivolte sulle colline limitrofe. Aveva lottato per la nazione, liberato l’Italia dai Tedeschi. Inutile dire che, ormai, non gliene fregava più niente a nessuno, dei suoi racconti.
Il suo momento di gloria programmato era da decenni ormai il 25 d’Aprile di ogni anno, i 20 minuti riservati alle sue storie. C’era anche chi non ci credeva, a quelle storie.

I presenti non sembrarono scomporsi molto, almeno fisicamente. Passarono tutti da avere gli occhi bassi a puntarseli addosso a vicenda con vitreo terrore. Nessuno ebbe prontezza di riflessi.
Nessuno tranne Mary, che con disarmante (nel vero senso della parola) pragmaticità si alzò, con la musica nelle orecchie, per levargli il ferro dalla mano e darlo in sicurezza alla segretaria.
Un gesto pulito, di una tranquillità fuori da ogni logica. Pratica svolta. Ci mancava dicesse anche “circolare, non c’è niente da vedere”.
Il vecchio partigiano, disarmato, si risedette silenzioso ad aspettare nuovamente il suo turno.
Incredibile, pensò Steven, e allibito e sconvolto abbandonò la sala d’aspetto. Meglio fumarne una, raccontare l’avvenuto a qualcuno e prendere un po’ d’aria.
Quello che aveva stupito Steven è che oltre lui e Mary nessuno s’era più di tanto scomposto o preoccupato. Nessuno aveva avuto una qualche reazione umana. Occhi spenti, spaventati ma vuoti, lì in mezzo.
Anche Mary dopo pochi secondi si levò di lì, non dopo aver chiamato gli infermieri della casa di riposo per recuperare Frank.
“Incredibile, pazzesco! Non uno, dico uno che si sia preso male o abbia avuto una qualche reazione umana! Quel vecchio ha tirato fuori una pistola per uccidersi nella sala d’aspetto di una tranquilla cittadina e non un altro vecchio di merda scomposto o preoccupato!”
Disse Steve.
“Già, sembrano ormai inermi alla vita, lì dentro. Non avevano molto da perdere o tanto di nuovo da vedere da una situazione del genere a quanto pare.”
“Che tragicità però…Ma chi è costui? Come cazzo hai fatto ad agire così tranquilla?”
“Quello è mio nonno.” chiosò così Mary. “Un gesto del genere lo compie almeno una volta al mese, da almeno 10 anni…Ma poi non s’ammazza davvero, o almeno, non l’ha mai fatto fino ad ora. E’ triste, è solo, ha bisogno di attenzioni. Pensa che era un uomo interessante e pieno di vita, fino alla perdita di sua moglie”.
Sbam.
“Capisco…Beh, mi dispiace per tuo nonno”
“Tranquillo, ormai lo vedo poco. Sta da solo in casa di cura. Non abbiamo modo noi di tenerlo e ormai non può neanche tenersi da solo”
“Ah ok…chiaro”
Steven non sapeva bene cosa dire, non era di certo un logorroico, anzi. Si sentiva inoltre un po’ intimorito e silenziato dalla figura autoritaria di Mary. Non quello che diceva, o quante cose diceva, ma il come. Decisa, secca, protesa con il corpo verso l’interlocutore, come in posizione d’attacco. Poi, a dire il vero, non aveva molti argomenti da portare avanti.
“Ci andiamo a prendere un caffè, per riprenderci un attimo e far due parole?” disse Steve.
“Mi dispiace, devo tornare al lavoro. E poi non devo riprendermi io, l’ho già vista maree di volte questa scena!”.
Ho omesso un particolare, Mary è terribilmente bella. Occhi blu oltremare e capelli biondi tenuti corti a caschetto, che sbattono leggermente sulle magre clavicole. Nasino francese. Una bellezza eterea. E pochi uomini al mondo, penso, riuscirebbero a non rimanere almeno colpiti da un pezzo del genere. E su quei pochi, avrei qualche dubbio sull’orientamento sessuale.
Steve, ovviamente, se ne infatuò.
“Ah, ok. Beh, tranquilla! Ci rivediamo magari!” rispose Steven.
“Certamente! Buona giornata, un bacio”.
Un bacio, beh non è male pensò Steven. Non “un abbraccio”, ne un saluto comune. Un bacio, qualche speranza c’è.
Tornò dunque a casa, con la sua olmo 14 cambi da corsa, come tante, tante altre mattine.

Steven ha 20 anni, e vive quella situazione di cambio in cui né studia né lavora. Risulta ancora iscritto all’università di lettere moderne di Genova, ma in realtà ha frequentato ben poco, dando un esame e portando a casa un misero ventritrè. Sta cercando lavoro, da un anno ormai, ma non sembra esserci verso.
Steve non è uno scansafatiche, certo, non è il più grande stakanovista della storia, ma di sicuro non gli piace la situazione che va vivendo. L’emancipazione totale, il suo traguardo più ambito.
Già, perché vive con sua nonna, una anziana signora di ottantacinque anni che tutti i giorni gli prepara da mangiare, e quel giorno pure. I suoi genitori non ci sono più da un po‘, ma è altra storia.
Mentre si gustava il suo schifosissimo pranzo (la nonna di Steven è forse una delle poche nonne al mondo che cucina incredibilmente male), continuava a pensare a Mary, a cosa farà nella vita, come si manterrà, cosa gli piace o cosa no. Come farà ad avere i capelli così lucenti? Gli piaceranno gli Mgmt? “Macchèddico, gli Mgmt, non li conoscerà mai…”.

Erano giorni d’estate, primi giorni d’estate, fine Giugno. Ora è autunno, ma quei giorni era estate. Erano “notti magiche”, notti europee. Pochi giorni prima si giocava Italia-Inghilterra valente per i quarti di finale, e a Steve non poteva che venire in mente “Il tragico Fantozzi”, quando Ugo si preparava per vedere il partitone con frittatona di cipolle e famigliare di peroni gelata, per poi essere obbligato dal rag. Filini a vedere quella “cagata pazzesca” della corazzata Potemkin.
Steve diventava patriottico e calciofilo una volta, per qualche decina di giorni, ogni due anni, in occasione di europei e mondiali. Non che durante il resto dell’anno gliene fregasse in realtà qualcosa, ma in quei giorni sì. A Steve del calcio interessavano perlopiù le storie, ciò che dà al calcio un tocco romantico. Cose come le nottate di Gascoigne o Best, Taribo West e i suoi dialoghi con Dio, Tardelli, che si narra si fosse fumato un pacchetto e mezzo di nazionali prima della finale di Spagna ‘82, o Giulio Nuciari, il portiere con più panchine nella storia. O ancora Higuita e il suo scorpione, Bergkamp che aveva paura di volare o Dino Pagliari, che negli anni settanta se ne girava con una gallina al guinzaglio e aveva dei capelli da far invidia ai Deep Purple.
Mary, invece, sapeva malapena che si stavano giocando gli europei, e per partito preso ogni volta che usciva l’argomento ometteva quel poco che sapeva, come a dire “non ne voglio intendere”.

Quella sera, lo stesso giorno in cui suo nonno intimò il suicidio nella sala d’aspetto della dottoressa, giocava l’Italia, giunta in semifinale, e a maggior ragione Mary decise di uscirsene con un’amica, di andare a bere una cosa in un pub poco fuori dal centro in cui lei era sicura non proiettassero la partita. La partita in realtà era proiettata, ma per fortuna in muto, perché davanti allo schermo suonava un gruppo.
il gruppo che suonava era quello di Steve.
Quella sera alternavano pezzi originali a cover, come spesso facevano per tenere le due ore di palco richieste dal locale.
La serata non era di quelle da ricordare, una manciata di spettatori, ma alla fine se si vuole fare il disco bisogna mettere da parte dei soldi, e per mettere da parte dei soldi bisogna suonare, anche in situazioni un po’ misere come quelle.
Mary entrò nel locale spavalda, probabilmente aveva saputo che Steve avrebbe suonato lì. In Quica sapere le cose, di qualsiasi natura siano, non è mai difficile.
Steven la vide, e incominciò con la chitarra l’arpeggio di Ask degli Smiths.

“Shyness is nice, and
Shyness can stop you
From doing all the things in life
You'd like to
So, if there's something you'd like to try
If there's something you'd like to try
ASK ME - I WON'T SAY "NO" - HOW COULD I?”

ovvero:
“La timidezza è bella, ma
La timidezza può impedirti
Di fare nella vita tutte le cose
Che vorresti
Così, se c'è qualcosa che ti va di provare
Se c'è qualcosa che ti va di provare
CHIEDI - NON DIRO' DI "NO" - COME POTREI?”

Sotto gli occhi stupiti di Steven, Mary intonò tutta la canzone. Era la sua preferita. Così Mary, finito il concerto, chiese. E Steven non disse di no. Come avrebbe potuto?


Simone Barisione