Piccola Compagnia Dammacco - La buona educazione2

Quell’incubo chiamato presente

La diciannovesima edizione di Primavera dei Teatri

Primo maggio 1941, Stati Uniti. Il cinema stava per scoprire una nuova fase della propria storia – forse la più netta e rivoluzionaria – grazie all’opera prima di un venticinquenne del Wisconsin. Ci riferiamo a Citizen Kane (Quarto potere) di Orson Welles, già enfant prodige in campo teatrale, che tre anni prima scatenò il panico tra milioni di americani con War of the Worlds, adattamento radiofonico dell’omonimo romanzo di fantascienza di H.G. Wells.

Piccolo passo indietro. Un anno prima dell’esordio cinematografico, destò scalpore la scelta di George Schaefer, novello presidente della RKO – ai tempi, una delle cinque Major hollywoodiane – di far firmare al “giovanotto” sopraccitato un contratto senza precedenti nella grande era dei produttori: carta bianca su (quasi) tutti i fronti, compreso il proibitivo final cut. Risultato? William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata al quale il film si ispirava, fece di tutto per boicottare la pellicola influendo sul fallimentare incasso al botteghino; la RKO, che già all’epoca non navigava in acque tranquille, ci rimise circa centocinquantamila dollari; mentre si sprecarono, tra colleghi, addetti ai lavori e spettatori, commenti mai così nettamente divisi in due: da un lato si infierì sul fiasco, dall’altro si inneggiò al “genio”. A distanza di qualche anno, ci sentiamo di azzardare che, probabilmente, avevano ragione i secondi.

quarto-potere

Orson Welles Citizen Kane

Già, perché la pellicola di Welles è da molti considerata lo spartiacque tra cinema classico e moderno, grazie a un uso mai così consapevole dell’inquadratura e del montaggio, e a una sceneggiatura – scritta con Herman J. Mankiewicz – concepita come pura anarchia narrativa. Ma non c’è solo la tecnica. La trama, infatti, ruota attorno alla figura di Charles Foster Kane partendo dalla fine, dall’ultima parola – «Rosebud» – che il magnate dell’editoria pronuncia prima di tirare le cuoia. Di lì si susseguono una serie di flashback che ripercorrono la vita del protagonista e accompagnano le infruttuose ricerche di giornalisti e curiosi che cercano un significato a quella fatidica e tormentata parola. Solo alla fine si scopre che «Rosebud» altro non è che il nome dello slittino con cui il piccolo Kane gioca prima di essere affidato a un tutore dai genitori. Un simbolo semplice e sincero, dunque, di quell’innocenza che di lì a poco lo avrebbe abbandonato e che, infine, sarebbe stata schiacciata dal suo ego. Non a caso, «Rosebud», era anche il nomignolo che il già citato Hearst aveva dato alle parti intime della sua giovane amante, Marion Davies. Ma questa è un’altra storia. Forse.

Citizen-Kane

Orson Welles Citizen Kane

Facciamo un grande passo in avanti. Colore giallo ocra; sei ragazzi sono in discesa libera, giù per una duna, con il sorriso stampato sulle labbra. La sabbia si leva dietro le loro falcate, le orme sono ben visibili, al pari delle lunghe ombre davanti a loro. Uno di loro cade, qualcuno si gira per gustarsi la scena, altri continuano dritti per la propria strada. A volte ci si diverte con poco e ci si annoia con tanto. Forse l’abbiamo dimenticato; o forse, non l’abbiamo mai saputo.

Quello in questione è uno scatto, proveniente da Macao, di Tak Cheong Pun dal titolo He Tripped and Fell Down. Considerata un autentico «inno alla gioia di vivere», l’immagine datata 2014 è finita, non a caso, nella locandina della diciannovesima edizione del festival calabrese Primavera dei Teatri, vero e proprio termometro della scena contemporanea. La rassegna di Castrovillari, ai piedi del Monte Pollino, organizzata con dovizia e cura dei dettagli da Scena Verticale (Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano) e apripista tra i festival teatrali, ha testato il nostro presente ospitando, spesso in prima nazionale, alcune delle migliori produzioni in circolazione, come testimoniato dagli ultimi Premi Ubu (Overload dei Sotterraneo, Amleto take away di Berardi-Casolari, Calcinculo di Babilonia Teatri e Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi? di Roberto Latini). Un dato da non sottovalutare.

Primavera dei Teatri

Parliamo, infatti, di produzioni fuori dal circuito dei Teatri Nazionali; se proprio dobbiamo, potremmo definirle “piccole-medie”. Spettacoli che nascono e crescono grazie a finanziamenti, sostegni e residenze che sembrano comporre dei veri e propri puzzle (basta scorgere i crediti per rendersene conto). Eppure, premi alla mano, eccezion fatta per La Cupa di Mimmo Borrelli (produzione Stabile di Napoli) e Freud o L’interpretazione dei sogni di Massini/Tiezzi (Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa), a trionfare in quest’ultima edizione degli UBU sono state le compagnie che, sempre se proprio dobbiamo, potremmo definire “indipendenti”. Questo anche grazie a festival – come quello che ci accingiamo a descrivere – che continuano a puntare su queste ultime e, lungi dall’essere una mera vetrina, contribuiscono ad arricchirne i processi creativi.

Sia chiaro, questa non vuole essere un’esaltazione dell’impresa di Davide che batte Golia, piuttosto, l’intento è di rimarcare quanto non sia plausibile continuare a mettere ai margini una realtà così importante del nostro teatro e, soprattutto, del nostro tempo. E non solo perché legittimata da un importante riconoscimento, ma perché c’è, esiste, è variegata, prolifica e non è di certo nata quest’anno. Indossare i paraocchi per ignorarla significherebbe incorrere, su e da più fronti, negli stessi errori dell’affabile Kane di cui sopra. Ma torniamo a Primavera dei Teatri.

Overload©Filipe-Ferreira

Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Filipe Ferreira

Non chiedetemi dove andremo a finire perché già ci siamo.

(Ennio Flaiano)

Ci siamo, eccome se ci siamo. E tra fantasmi del passato che tornano come fossimo in un eterno film di Farhadi e un futuro con più incognite che certezze, quello che resta, dunque, è un presente in cui, spesso, stentiamo a riconoscerci. Con queste premesse partiamo da La buona educazione della Piccola Compagnia Dammacco, ultimo capitolo della Trilogia della Fine del Mondo iniziata con L’inferno e la fanciulla e proseguita con Esilio. In un salotto dominato da un mobilio di altri tempi, pavimento di terriccio e statue/spettro a ingombrare vista e ricordi, una zia (Serena Balivo) si ritrova – suo malgrado – a dover accudire il nipote da poco rimasto orfano.

Abito casto e alto tasso di asocialità, la protagonista, sola in scena, dà voce a tutta la sua inadeguatezza acuita dalla novella relazione con quello che può definirsi – dal suo punto di vista – un alieno. Assuefatto dallo schermo della console e dal web, infatti, il nipote non riesce a comunicare se non con frasi elementari espresse utilizzando verbi coniugati all’infinito, mentre affida tutte le decisioni più importanti al giudizio del mondo virtuale. Due generazioni a confronto, dunque, con la terza – imperturbabile – che le scruta senza proferire parola. Eppure implicitamente parla, certo che parla; e in tal senso la “teoria” della parmigiana di melanzane è illuminante.

Piccola Compagnia Dammacco - La buona educazione

Piccola Compagnia Dammacco La buona educazione. Foto di scena ©Luca Del Pia

La zia ricorda con commozione, quasi fossero la sua «Rosebud», i profumi e i sapori infantili della parmigiana sapientemente cucinata dalla propria madre. Vorrebbe timidamente replicare quei momenti, ma il suo tentativo è puntualmente vanificato dal nipote che si accontenta dei cibi precotti, perché, in fondo, sono «buoni». Soprattutto quando non si hanno altri termini di paragone. La drammaturgia di Mariano Dammacco, dunque, edifica ponti; malandati collegamenti che continuano a far sentire il proprio peso e altri semi-interrotti che con il tempo tendono sempre più verso una preoccupante incomunicabilità.

Piccola Compagnia Dammacco - La buona educazione3

Piccola Compagnia Dammacco La buona educazione. Foto di scena ©Luca Del Pia

E sulla questione incomunicabilità ha una certa esperienza anche il buon vecchio Amleto, principe auto-esiliato con il peso di un padre (e di un nome) che grava sulle proprie fragili spalle. Ma nell’Amleto take away della Compagnia Berardi-Casolari non siamo in Danimarca e non ci sono corone e regni; Amleto è un povero Cristo che ben presto abbandona la croce per indossare la maglia numero 9 dell’Inter, quella dei (semi)perenni loser, capaci di sporadiche grandi imprese (triplete) ma anche e soprattutto di memorabili figuracce (5 maggio, in primis). Tuttavia, la si ama. Nonostante tutto.

Così come si continua ad amare la vita (o il teatro), malgrado le contraddizioni, gli schiaffi in faccia, le porte chiuse, il peso dell’apparenza che sempre più sembrano caratterizzarla. Accettazione in attesa di una rivalsa perché, in fondo, tra alti e bassi, è pur sempre una questione di fede. Lo sa bene Gianfranco Berardi che, accompagnato in scena dalla presenza quasi invisibile eppure fondamentale di Gabriella Casolari, parte da stralci di vita vissuta per fiondarsi a capofitto su un presente scandito dalle app dello smartphone; dal consumismo di massa che non fa più sconti a niente e nessuno, nemmeno alla cultura; da convenzioni sociali che si ribaltano; da intere generazioni che non riescono o non sono mai riuscite a costruirsi un’identità.

amleto berardi

Berardi – Casolari Amleto take away

Ironico, feroce, carnale, tragicomico; il duo sguazza tra le eterne sconfitte del mondo contemporaneo per lanciare roboanti provocazioni. A partire proprio dal dilemma esistenziale amletico, quel «to be or not to be» che oggi diventa «to be or fb» in quell’affannosa ricerca dell’inutile, del vacuo, dell’immagine fittizia, dell’inafferrabile risposta a una semplice domanda, proprio quel «tu cosa vuoi?», o meglio, «te che uei?» travisando il titolo in dialetto tarantino.

amleto berardi

Berardi – Casolari Amleto take away

Uno spaesamento generale che ritroviamo anche in Calcinculo, ultimo lavoro di Babilonia Teatri che cerca nuove unità di misura per stimare la realtà. Con molta ironia unita a una forte dose di sarcasmo, questo ibrido tra teatro e concerto, infatti, ci porta in una sagra di provincia, in un luna park intriso di angosciante desolazione politica e sociale scandita dai monologhi di Enrico Valeria, dalle canzoni pop/rock di Valeria Raimondi e dall’operosa presenza del direttore “in” scena Luca Scotton.

Bandiere veneziane sventolanti, estintori ben allineati e un’altalena che delinea il doppio gioco inscenato dalla compagnia. Un gioco infantile e allo stesso tempo adulto, come gli spensierati calcinculo dal sapore di giro gratis e quelli che fanno male più all’anima che al corpo; come le canzoni dalla patina pop ma dal testo tagliente; come le parole apparentemente fuori-posto ma che in realtà trovano una collocazione ben definita; come la sfilata canina, graziosa e divertente, solo in superficie.

Calcinculo

Babilonia Teatri Calcinculo. Foto di scena ©Eleonora Cavallo

I Babilonia, dunque, si scagliano, con quest’arma a doppio taglio, contro l’attualità, la tv, l’informazione, la politica; su quella piccola-grande società dello spettacolo che siamo diventati. Già nel 1967, lo scrittore e filosofo francese Guy Debord scriveva – proprio nel suo saggio La società dello spettacolo – del «declino dell’essere nell’avere e dell’avere nel mero apparire». 1967. Pensando alla nostra penisola, dopo decenni di berlusconismo, celebrazione dell’infotainment ed espansione vertiginosa di web e social network, la situazione non poteva certo migliorare.

Calcinculo

Babilonia Teatri Calcinculo. Foto di scena ©Eleonora Cavallo

Fuori dai nostri confini la situazione è molto differente? Non scherziamo. Da questa edizione, infatti, Primavera dei Teatri ha aperto le porte all’Europa con Europe Connection, nato dalla collaborazione con PAV – Fabulamundi. Playwriting Europe. Il progetto triennale porterà al festival nove drammaturgie europee – tre per ogni anno – messe in scena da compagnie calabresi dopo una residenza che prevede una connessione delle stesse con il drammaturgo di riferimento e con un osservatorio critico. Una grande opportunità di scambio e visibilità per compagnie spesso tagliate fuori dai circuiti locali e nazionali. Vediamo brevemente un paio di esempi.

A inaugurare il progetto ci ha pensato la Compagnia Brandi – Orrico con lo spettacolo 111 del drammaturgo polacco Tomasz Man per la regia di Emilia Brandi. La dimensione è quella domestica di un nucleo famigliare: una madre (Brandi) in vestaglia, un padre (Ernesto Orrico) in tuta e una figlia (Ada Roncone) in accappatoio. I primi due restano staticamente sul lato destro del palco, mentre l’altra rimane in posizione sopraelevata su un tavolo posto al centro della scena. Un immobilismo di figure che non sanno più comunicare, confondendo convenzioni e dissapori. Manca ancora un tassello, quello più dinamico; la mina vagante che scombussola gli animi interpretata da un figlio smarrito tra disillusione e ossessione. Ne viene fuori un quadro disumanizzato, un cortocircuito in cui la parola perde il proprio valore in favore di un non detto che allontana e inasprisce un presente pieno di incognite.

111

Compagnia Brandi – Orrico 111. Foto ©Angelo Maggio

Disumanizzazione grande protagonista anche di Confessioni di un masochista del ceco Roman Sikora, messo in scena da Francesco Aiello/Teatro Rossosimona. Una parabola ascendente – o discendente, a seconda dei puti di vista – del Signor M, uomo frustrato e infelice che trova la ricetta della felicità nel dolore, nell’atto malato del sacrificio che, con il tempo, ingloba anche l’ambiente circostante, sia personale che lavorativo. L’ambientazione BDSM e la musica synth acutizzano (forse troppo) questa disperata ricerca della sofferenza nell’eterno gioco tra vittima e carnefice, in cui i ruoli si intersecano, si scambiano, si annullano nell’assatanato tentativo di cambiare la propria esistenza. Con il prezzo da pagare che diventa sempre più trascurabile e invisibile agli occhi – e all’anima – ormai ciechi. Vi ricorda vagamente qualcuno? Chiedere sempre a Charles Foster Kane.

confessioni di un masochista

Francesco Aiello Confessioni di un masochista. Foto ©Angelo Maggio

Primavera dei Teatri, dunque, ha mostrato tutti i limiti del nostro presente attraverso l’ironia, il sarcasmo, la nuda e cruda rappresentazione della realtà. Un’attualità dalle molteplici sfumature, dalle tinte scure da cui proprio non si riesce a scorgere un barlume di speranza. Disorientati, smarriti e frastornati stiamo assistendo quasi inermi a un degrado della realtà che sta lasciando pochi superstiti. Si fatica a rimanere umani, insomma; a quanto pare un lusso concesso in gran parte all’infanzia: al bambino che gioca con il suo slittino, o ai ragazzi che corrono a perdifiato sulla sabbia.

Ascolto consigliato

 

LA BUONA EDUCAZIONE

di Mariano Dammacco
regia Mariano Dammacco
con Serena Balivo
ideazione e drammaturgia Mariano Dammacco
spazio scenico Mariano Dammacco e Stella Monesi
organizzazione Nicoletta Scrivo
amministrazione Paola Falorni
ufficio stampa Teatro di Dioniso Paola Maritan
ufficio stampa Piccola Compagnia Dammacco Maddalena Peluso
produzione Piccola Compagnia Dammacco / Teatro di Dioniso
in collaborazione con L’arboreto Teatro DimoraTeatro Franco Parenti, Primavera dei Teatri, Asti Teatro 40
con il sostegno delle residenze artistiche Compagnia Diaghilev Residenza Teatro Van Westerhout, Residenza Teatrale di Novoli – Principio Attivo Teatro – Factory Compagnia Transadriatica, Giallo Mare Minimal Teatro, Capotrave Kilowatt/Bando Sillumina Siae 2017, Residenza teatrale Qui e Ora
La compagnia ringrazia per il confronto durante la preparazione dello spettacolo Maurizio Agostinetto, Fabio Biondi, Antonio Catalano, Michela Cescon, Gerardo Guccini, Valter Malosti, Roberta Nicolai, Lorenza Zambon. Grazie a Casa degli Alfieri e Spazio Kor

AMLETO TAKE AWAY

uno spettacolo di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
musiche di Davide Berardi e Bruno Galeone
luci di Luca Diani
produzione Compagnia Berardi Casolari / Teatro dell’Elfo
con il sostegno di Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival di Armunia Castiglioncello, Comune di Rimini-Teatro Novelli
si ringraziano César Brie, Eugenio Vaccaro, Il Teatro del segno di Cagliari, Sementerie artistiche di Crevalcore (BO)

CALCINCULO

di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
musiche Lorenzo Scuda
direzione di scena Luca Scotton
fonico Luca Scapellato
produzione Babilonia Teatri, La Piccionaia centro di produzione teatrale
coproduzione Operaestate Festival Veneto
scene Babilonia Teatri
si ringraziano il Coro Ana Valli Grandi e Cuore Husky rescue

111

di Tomasz Man
regia Emilia Brandi
con Marco Aiello, Emilia Brandi, Ernesto Orrico, Ada Roncone
musiche originali Massimo Palermo
costumi Rita Zangari
disegno luci Paolo Carbone
tecnico luci Alessandro Palmieri
tecnico audio Antonio Giocondo
assistente alla regia Diletta Vittoria Ceravolo
organizzazione Alessandra Fucilla
promozione Maria Teresa Fabbri
traduzione Francesco Annichiarico
produzione Zahir, Primavera dei Teatri in collaborazione con PAV, Comune di Rende, SistemaTeatri UniCal, Ass. Entropia – DAM, Ladri di Luce

CONFESSIONI DI UN MASOCHISTA

di Roman Sikora
regia Francesco Aiello
con Francesco Aiello, Alessandro Cosentini, Francesco Rizzo
scenografia Martina Le Fosse
direttore di produzione Lindo Nudo
addetto stampa Franca Ferrami
tecnico di palcoscenico Jacopo Andrea Caruso
traduzione Eleonora Bentivogli
produzione Teatro RossoSimona, Primavera dei Teatri in collaborazione con PAV, SistemaTeatri UniCal