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Il corriere

Un'opera testamentaria, summa della poetica di Eastwood

Il ritorno in sala di Clint Eastwood era atteso da ben undici anni. Gran Torino (2008) era rimasto fino a questo momento l’ultimo film da lui diretto e interpretato. Tanta era l’aspettativa sin dal primo annuncio di The Mule, tratto dall’articolo del New York Times ‘The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule(Il corriere novantenne del cartello di Sinaloa). Earl Stone è un rinomato floricoltore dell’Illinois, per la sua professione ha sacrificato ogni legame familiare rimanendo completamente solo. All’età di novant’anni si trova però sull’orlo del fallimento, le sue proprietà vengono pignorate, tutto quello che gli rimane è il suo pick up. La sua attitudine alla guida attira l’attenzione di uno sconosciuto, che gli propone un lavoro, trasportare grossi carichi di droga. La veneranda età lo rende insospettabile e perfetto per l’incarico.

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Gli eventi reali sono solo il punto di partenza per un racconto nostalgico e in un certo senso autobiografico, che contrappone l’irreprensibile identità di Clint al mondo intorno a lui. Un mondo in costante cambiamento e che lui stenta a riconoscere, popolato dalle nuove generazioni fruitrici del web, persone omosessuali e immigrati da ogni parte del mondo che pur tollerando non riesce a comprendere. A questi estranei Earl preferisce i fiori, il suo piccolo mondo che rimane immutato nel tempo stagione dopo stagione. Nella pellicola trionfano i valori tradizionali, come l’amore per la propria patria o l’importaza di mettere la famiglia al primo posto, la fedeltà ai propri principi, per cui bisogna battersi. Valori da sempre presenti nella filmografia e nell’etica di Clint Eastwood, ancora ben ancorato a un tipo di morale molto americana.

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Non molti altri elementi di natura introspettiva o psicologica ci vengono presentati, ma sicuramente una storia thriller ben congegnata e magistralmente diretta. Splendidamente recitato da tutti i suoi componenti il cast vede, in ruoli da comprimari; Bradley Cooper alla seconda collaborazione con Eastwood dopo American Sniper (2014), Laurence Fishburne anche lui già visto in Mystic River (2003) e Andy Garcìa (Ocean’s Eleven, Il padrino – parte III). Al termine della visione non si potrà fare altro che chiedersi se la natura di quest’opera sia effettivamente ‘testamentaria‘, essendo una summa della poetica di Eastwood. Quello che senz’altro colpisce è la tenacia di un uomo sulla soglia dei novanta ancora in grado di intrattenerci ed emozionarci con le sue storie, che ci auguriamo non terminino con questa.