Jenny Saville Reverse (2003) ©Courtesy of the artist & Gagosian Gallery

Poca arte tanta retorica

La fine dell'estate con Short Theatre e Opera Prima

Ma l’arte che fine ha fatto? Va bene che tutti devono avere una possibilità, che bisogna sostenere i settori culturali, che i compromessi vanno fatti, va bene che si deve pur campare, che oggi rinunci domani guadagni, va bene che è colpa dell’algoritmo, del sistema, di luca di su, di luca di giù, di mammacicciomitocca e di toccamiciccio, va bene, va bene tutto—ma mentre si continua a rimbiancare le macerie, l’arte che fine fa?

Jenny Saville Suspension (2002-03) © Courtesy of the artist & Gagosian Gallery

Jenny Saville Suspension (2002-03) ©Courtesy of the artist & Gagosian Gallery

Nei dieci giorni di Short Theatre, agli ex-macelli romani della Pelanda, si sono avvicendati artisti di diversa natura con-vocati da Fabrizio Arcuri e Francesca Corona sotto la lente del motto Provocare realtà (qui la presentazione). La riflessione proposta parte dall’assunto per cui esiste una sorta di status quo che necessita una messa in discussione; ma se – come evidenzia Arcuri – «la realtà è sempre e comunque la percezione del reale» (dunque il racconto che ci si fa o cui si decide di credere): cos’è esattamente che va messo in discussione? Il racconto, il narratore, l’ascoltatore o il raccontare stesso?

Short Theatre 2018

Come abbiamo già riscontrato in altri festival estivi (Il teatro parla di noi, ma noi chi? e Derive e approdi di un teatro al largo), questa vaghezza prospettica porta ultimamente a concentrare lo sguardo di artisti e pubblico non tanto sullo scavo interiore (perché guardo come guardo?) ma su una data visione socio-politica (il racconto dominante), caratterizzata da crescenti spinte reazionarie che tendono a un’inquietante reductio ad unum da una parte, e dalla ricchezza e la bellezza delle diversità che l’umano e un certo tipo di arte vanno difendendo dall’altra.

Jenny Saville Shift (1996-97) © Courtesy of the artist & Gagosian Gallery

Jenny Saville Shift (1996-97). ©Courtesy of the artist & Gagosian Gallery

Il racconto non è che sia infondato ma, ridotto così ai minimi termini, rischia spesso di confermare la propria assolutezza per urgenza morale. Tradotto: siccome non mi piace il mondo in cui vivo, lo dico in tutti modi possibili (cioè insisto a vederlo così), cosicché finalmente qualcosa cambi. «Come?» non è dato sapere. Esempio.

L’arguta sfilata satirica che i Babilonia tratteggiano in Calcinculo, tra canzonette pop di disillusione politica («Devo fare il tagliando ai miei ideali», «La mia depressione fa orario continuato, ha chiesto il part time ma non gliel’hanno dato», ecc.), piccoli uomini dalla xenofobia confusa armati di estintore e vessilli veneti, concorsi canini che fanno il verso tanto all’esibizionismo da talent/contest televisivi quanto al pedigree del social sharing o degli status symbol, insomma, tutte queste caricature preoccupantemente verosimili ritraggono, sì, con sagacia, le tare della società contemporanea, ma funzionano solo come fotografia sarcastica: da un lato ribadiscono che la realtà è composta principalmente da queste derive socio-culturali (senza cercarne o suggerirne altre), e dall’altro non si propongono altro che di sconfessarle irridendole una a una.

In TV (cioè a un pubblico generalista e culturalmente pigro) tutto ciò forse potrebbe assestare un bello schiaffo di realtà, ma a teatro (e ancor di più nel circuito dei festival estivi) non rischia di trasformarsi in un divertimento colto per chi quella critica alla fine la condivide già?

Babilonia Teatri Calcinculo. Foto ©Eleonora Cavallo

Babilonia Teatri Calcinculo. Foto ©Eleonora Cavallo

Come ricordano i Sotterraneo nel loro brillante Overload citando Foster Wallace, su cui lo spettacolo è incentrato, l’ironia (distruttiva) è un espediente comodo perché porta a prendere tutto alla leggera, a sbeffeggiare qualunque cosa, e conseguentemente a porre chi se ne serve in una posizione di vantaggio, perché non si deve mai prendere la responsabilità di difendere alcun valore (cfr. Finalmente l’ironia).

E quando il pendolo manicheo non tende al cinismo autocompiaciuto, oscilla verso il banal-buonismo. È il caso della conferenza-spettacolo The art of a culture of Hope della coppia elvetico-inglese J&J o delle nuove scritture dei romeni Michailov e Georgescu (progetto europeo di drammaturgia Fabulamundi_PAV), in cui, trattando gli uni degli effetti delle nuove destre occidentali gli altri della vita privata delle badanti romene romane, finiscono per rimestare tutti una serie di stereotipi e ovvietà cariche di buoni sentimenti, con il solito racconto moraleggiante in cui il «diverso» puntualmente non è che un’anima nobile, vittima della società bruta e laidaIte, missa est.

Bogdan Georgescu/Industria Indipendente Hic sunt leonesse. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Bogdan Georgescu/Industria Indipendente Hic sunt leonesse. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Il grande paradosso – culturalmente preoccupante – è che per contestare questa o quella realtà reazionaria si finisce per adottarne la stessa retorica assertiva e semplicista, solo—di segno opposto. Viene da chiedersi: ma se è sbagliato vedere nell’immigrato un essere esecrabile, lo stesso errore non varrà per un analfabeta funzionale? Proprio non riusciamo a fare a meno di un nemico?

Ai Weiwei Study of Perspective - White House (1995-2003). MoMA, NY ©2018 Ai Weiwei

Ai Weiwei Study of Perspective.White House (1995-2003). MoMA, NY ©2018 Ai Weiwei

Che le destre stiano risorgendo di qua e di là dell’Atlantico, per carità, è vero; però ultimamente sembra che le arti performative stiano smarrendo la propria autonomia di pensiero e fungano quasi da stampella della cronaca. Ma è così ovunque?

Mentre a Roma Short Theatre volgeva alla fine, a Rovigo intanto, a undici anni dalla sua brusca interruzione, risorgeva Opera Prima: lo storico festival fondato nel 1994 dal Teatro del Lemming. Anche qui l’interrogazione sul rapporto io e l’altro, europei e immigrati, normale e diverso non è mancata. Ma a differenza del glamour impegnato del momento, ha preso forme prettamente teatrali e soprattutto drammaturgicamente solide.

Poca Arte Tanta Retorica

Alessandro Berti ad esempio riparte da domande fondamentali: come viene visto l’uomo nero dall’uomo bianco? e perché? Sotto forma di conferenza spettacolo provvisoria (i materiali prenderanno un primo esito spettacolare in Black Dick), l’ex-cofondatore de L’Impasto attraversa la storia dei coloni europei sfogliando codici e carteggi d’epoca, indagando il fenomeno del concubinaggio dalla Louisiana a Sumatra, riscoprendo la centralità della sfera sessuale nel segregazionismo razziale; per poi giungere alla storia nostrana ripercorrendo i principali rapporti tra Italiani e Neri, dalle migrazioni in America allo sbarco degli Alleati nel Meridione; e concludere infine con un monologo che, a partire dagli stupri di Rimini dello scorso anno, offre un perfetto esempio di confutazione ad arte, non moralistica, delle retoriche reazionarie (Gasparri, Salvini, Meloni e compagnia).

Alessandro Berti Bugie Bianche. Foto ©Daniela Neri

Alessandro Berti Bugie Bianche. Foto ©Daniela Neri

Altro esempio è Angst vor der Angst, lo studio di Welcome Project (già finalista Dante Cappelletti ’17). Paura della paura. In questo caso, con un ricco campionario di fonti e iconografie performate (mito, fiaba, scienze, cronaca, privato), Chiara Rossini affonda nel lato irrazionale e perverso delle fobie minando le stesse fondamenta delle nostre società moderne: da un lato la brama di potere e possesso che cova in ogni uomo (Il pescatore e sua moglie dai F.lli Grimm), dall’altro l’incapacità strutturale del pensiero liberal-razionale occidentale al pluralismo: su un aereo un passeggero musulmano che prende a pregare insistentemente, stringendo un dispositivo a carica nella mano, non può che trasformarsi in un probabile attentatore, quando è solo un uomo spaventato dalla turbolenza con un contapreghiere—«e allora ti senti un verme […] perché sai che sei tu ad essere pericoloso». A proposito di realtà.

Welcome Project Angst vor der Angst. Foto ©Marina Carluccio

Welcome Project Angst vor der Angst. Foto ©Marina Carluccio

Oppure un teatro che fa del viaggio di un migrante l’occasione per reinventare una fiaba. Con Abu sotto il mare (menzione speciale Scenario Ustica ’17) Pietro Piva intreccia la vivacità di Pinocchio con le peripezie dell’Odissea trasfigurando bambinamente, dunque con sfrenata fantasia e ingenuo candore, la drammatica complessità della migrazione dall’Africa Occidentale all’Europa (gioca ad acchiapparella e le sue semplicissime domande cadono come una scure: «Chi mi prende? Tu? Tu? Tu?»). Il cerone bianco sul viso, il piglio giocoso, la curiosità, l’inventiva, tutto riporta questo piccolo protagonista a una dimensione universale: non è uno sventurato, un diverso, un migrante, un clandestino, un minorenne, un africano, un simpatico negretto—è un bambino. E un bambino è un bambino.

Pietro Piva Abu sotto il mare. Foto ©Piva

Pietro Piva Abu sotto il mare. Foto ©Piva

Non si tratta qui di decidere quale festival sia meglio o peggio, non cadiamo in queste trivialità da comari. Sono le domande, il punto, e ciò che riesce a nutrirle anziché soddisfarle.

Perché ci vuole poco in fondo a commuoversi con l’intimità di un pianoforte a carillon osservando l’inaspettata danza di un disabile in carrozzella, o a ululare come scimmie allo stadio per la spaccata di una donna down, o a dirsi “vedi quella ragazzetta nera, però!/Loro c’hanno il ritmo nel sangue” (senza neanche sapere chi sia o dove sia nata e cresciuta) come accade all’Argentina con Jérôme Bel. Un Gala il suo, sì, per épater le bourgeois.

Jérôme Bel Gala. Foto di scena ©Franz Kimmel

Jérôme Bel Gala. Foto di scena ©Franz Kimmel

Un uomo è un uomo, non è una categoria socio-politica. Perché continuare a ribadirla cercando di trasformare i pregiudizi in meraviglia acritica, assoluta e incondizionata? Tu, lettore, sei lo stesso che il tuo vicino, il barista, il tabaccaio, il datore di lavoro, il politico, l’amico, il compagno, il parente…? No, andremmo presi a uno a uno – come suggeriva già duecento anni fa Emerson – conosciuti, indagati, scoperti. Né diversi né uguali né speciali. Pari.

Brett Bailey Exhibit B (2014). Foto ©Murdo Macleod_the Guardian

Brett Bailey Exhibit B (2014). Foto ©Murdo Macleod_the Guardian

Sono le relazioni, infatti, che la cosiddetta comunità teatrale dovrebbe rinforzare. Lascia ben sperare, quindi, la scelta di Opera Prima di individuare tre maestri contemporanei e invitarli, oltre che a presentare un proprio spettacolo, a segnalare “giovani” artisti da inserire nella programmazione (Arcuri>Ceredi, Latini>Piva, Lenz>Spooner), rinfocolando il dialogo generazionale; così come gli incontri mattutini, le piccole azioni performative nella città, i micro-progetti nel territorio (più ficcanti, probabilmente, dal punto di vista socio-culturale che teatrale in sé). Altrettanto, Short Theatre si conferma senza dubbi l’unico vero festival romano in grado di accogliere/generare/facilitare l’incontro (soprattutto quando non sovrappone eventi al Teatro di Roma), tuttavia da quando è stato privato dei rimessini antistanti e costipato nell’angolo dello spaccio di cibo bevande e musica, soffre purtroppo di congestione, rischiando a volte di indurre suo malgrado una frequentazione turistica, più consumistica che relazionale.

Short Theatre, esterni. Foto ©Carolina Farina.

Short Theatre, esterni. Foto ©Carolina Farina.

E poi c’è il teatro che si fa crisi, indagine, bellezza. Oltre le tendenze del momento. Arte, per l’appunto.

Il primo caso è sicuramente il portoghese Tiago Rodrigues. Già presente a Short nel 2016 con By heart, torna al festival romano e porta una boccata d’aria fresca per l’indagine dei linguaggi. Nel suo Antonio e Cleopatra gioca con la ripetizione, l’accumulo, l’alterazione: estrapola scene dal colossal del ’63 di J.L. Mankiewicz, ne inverte le parti, lui fa lei e lei fa lui, ma entrambi si presentano quali attori, si prendono delle pause per rifocillarsi, e se devono muoversi tendono le braccia in avanti come se portassero innanzi a sé il proprio personaggio.

Tiago Rodrigues Antonio e Cleopatra. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Ed ecco che pian piano cresce il dubbio: chi è a parlare di chi? e per chi? e a chi?, quasi ci trovassimo nel simmetrico complementare del monologo della voce di RezzaMastrella. A qualcuno potrà sembrare un esercizio di stile, ma nella sua straniante evocazione di un teatro totalmente svelato Rodrigues tocca con mano l’essenza profonda di quest’arte (quasi a chiederci: e tu che parte fai nella vita? e il tu che lo pensa, che comunque rimane al di là della parte, chi è?).

Tiago Rodrigues Antonio e Cleopatra. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Tiago Rodrigues Antonio e Cleopatra. Foto di scena ©Claudia Pajewski

A Opera Prima accade con Il cantico dei cantici di Fortebraccio Teatro. Ne abbiamo già scritto (L’amore disperato di Roberto Latini), ma un aspetto merita di essere evidenziato. Il randagio protagonista ancor prima di essere l’artista è l’uomo: un uomo che non può o non vuole avere una collocazione determinata nel mondo (la panchina), e prova ad evocare un altro mondo (la postazione radio), ma quell’artificio non può reggere, cioè non ci si può illudere di creare uno spettacolo (carriera, famiglia, proprietà) e al tempo stesso credere che quella creazione esista di per sé; quest’uomo attende una chiamata (il telefono), un segno, una voce, un esterno che dia risonanza a quel creare interiore, ma che non arriva mai. E così esce da quel quadro ordinato (la finestra della sua mente) si dispera, si scatena, mette tutto a soqquadro (distruzione, disillusione) e infine stanco butta vie cuffie e parrucca (tutti quei giudizi, conforti, pensieri su noi stessi che andiamo ripetendoci; ovvero il nostro racconto) e si espone nudo indifeso – ma rinato e a cuore aperto – con tutto il suo desiderio d’amore.

Fortebraccio Teatro Cantico dei Cantici. Foto di scena ©Angelo Maggio

Fortebraccio Teatro Cantico dei Cantici. Foto di scena ©Angelo Maggio

Questo piccolo grande gesto – séguito maturo e doloroso di quello stringersi a uno scheletro carbonizzato dell’Ubu roi  è clamoroso. Clamoroso perché quell’artista raro che è Latini, in una sorta di traduzione contemporanea del Romanticismo (storicamente inteso), insiste a porre una questione centrale: lo smarrimento dell’umano. Che possiamo domandarci solo se smettiamo di raccontarci il mondo sempre allo stesso modo. O detto altrimenti, come canta in Lucciole evocando i versi del Parsifal (sempre a Rovigo, sotto la Torre Donà, dove lì accanto una lapida ricorda «Uccidete me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai» di Matteotti):

io non mi spiego la crocifissione
della grazia, e non mi spiego perché
mi trovo in questo covo rivoltato
in questa fossa con gli orchi attuali
in questo lato barbarico della specie,
e non so perché stando a occidente non si
ode quell’alleluia delle cose.

Io non so […] in quale mano
non mano o zampa di Dio mi stanno
torchiando, e sottoponendo al duro
allenamento dei dolori terrestri.
[…]
È poco il poco che so e di questo
poco io chiedo perdono.

Mariangela GualtieriFuoco Centrale (2003)

Foto ©Lucia Baldini

Fortebraccio Teatro Cantico dei Cantici. Foto di scena ©Lucia Baldini

A Short, infine, l’arte è giunta lampante e umile nelle persone di Chiara Guidi e Claudia Castellucci, così altra e così oltre da far impallidire di mediocrità – come giustamente nota Porcheddu – «quanti si sentono già “maestri”, o “leader”, magari perché hanno strappato una mezza produzione a qualche stabile o vinto qualche premio». Che solo a osare usare le etichette «drammaturgia contemporanea», «interdisciplinarietà», «scena femminile» o qualche altro specchio per le allodole, verrebbe da arrossire per essersi permessi di scambiare l’artista per un prodotto da piazzare sul mercato della dabbenaggine altrui.

Claudia Castellucci & Chiara Guidi Il regno profondo. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Claudia Castellucci & Chiara Guidi Il regno profondo. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Le due fondatrici della Socìetas entrano come due vecchine, veste scura, lunga, espressione severa, le teste canute brillano nel cono quadrato di una luce che le fissa in questo ring senza corde; la mano sinistra solleva un quaderno, la destra (di Guidi) orchestra le voci, che schioccano, sibilano, serpeggiano con studiata precisione nel respiro dell’aria di un dio che non si vede («È possibile essere buoni?», «Vuoi che io mi senta cattivo?», «Non farmi ingurgitare il mio crollo»).

Siamo nel Regno profondo, o nel tempo sospeso della crocefissione, cioè la condizione permanente dell’uomo, ma – ecco la differenza di percezione rispetto alle tendenze contemporanee – l’abbandono di un dio (Elì Elì lemà sabactàni) non è qui l’anticamera della disperazione bensì della possibilità: se un dio ci ha abbandonato possiamo interrogarci. La prima volta che le due voci si staccano subentra infatti una voce diabolica, etimologicamente intesa: dia-bolos, infatti, è l’opposto di sym-bolon, cioè la crisi anziché la crasi, il porre in discussione le cose anziché conformarsi a esse.

Claudia Castellucci & Chiara Guidi Il regno profondo. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Così come le stesse scritte bianche, che vengono proiettate sullo sfondo nero, a mo’ di interludio dei tre momenti dello spettacolo, sollecitano un’interrogazione profonda: «Se vedi leggi». Effettivamente è luce, ciò che si presenta al pubblico, ma talmente abituati come siamo a ordinare razionalmente la realtà, non sappiamo più osservare alcunché senza applicargli sopra ciò che abbiamo imparato (cultura) e assimilato (il racconto che ci facciamo di noi, del nostro presente, del mondo, ecc.). Così, dal silenzio di un dio si arriva alla confusione assordante della massa—dove tutto si confonde e finisce per annullarsi nell’insignificanza.

Claudia Castellucci & Chiara Guidi Il regno profondo. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Claudia Castellucci & Chiara Guidi Il regno profondo. Foto di scena ©Claudia Pajewski

E torniamo così alla nostra contemporaneità, al «mondo» come lo vediamo, come lo viviamo e come insistiamo a raccontarcelo. Dimenticando che, in fondo, ci sarebbe molto di più da vedere e da chiedersi, se solo smettessimo di sentirci così importanti e anziché provocare la realtà provassimo a invocarla, cioè a chiamarla a noi.

Se vedi degli estranei, degli altri, dove che sia, sulla terra o nell’Aldilà, è solo perché in qualche aspetto di te sei ancora inerte e distante da te stesso. Allora vedi quel tuo aspetto in altri, per ammirarli, invidiarli, o odiarli invano. Ma sei tu.

Igor Sibaldi L’arca dei nuovi maestri (2006-16)

Ascolto consigliato

Letture consigliate
Festival? Un giardino comune nel quale piantare domande, di Andrea Pocosgnich (TeC)
• Short Theatre e gli spettacoli che regalano domande, di Andrea Porcheddu (Gli Stati Generali)
• Poche parole di amanti per passioni senza tempo, di Franco Cordelli (CorSera)
• Quando finisce un festival (come Opera Prima). Cosa resta da coltivare, di Renzo Francabandera (PAC)
• A Rovigo rinasce il Festival Opera Prima del Teatro del Lemming, di Enrico Pastore (Rumor(s)cena)
La “Ri – Generazione” del Festival Opera Prima di Rovigo, di Renzia D’Incà (Rumor(s)cena)

In apertura: Jenny Saville Reverse (2003) ©Courtesy of the artist & Gagosian Gallery

CALCINCULO

di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
musiche Lorenzo Scuda
direzione di scena Luca Scotton
fonico Luca Scapellato
produzione Babilonia Teatri, La Piccionaia centro di produzione teatrale
coproduzione Operaestate Festival Veneto
scene Babilonia Teatri
si ringraziano il Coro Ana Valli Grandi e Cuore Husky rescue

BUGIE BIANCHE
secondo studio

di e con Alessandro Berti
consulenza storica Gianluca Gabrielli
una produzione casavuota
in collaborazione con gender bender festival / barfly teatro fuori luogo / festival opera prima

ANGST VOR DER ANGST
secondo studio

di e con Chiara Elisa Rossini
musiche originali Munsha
assistenza e cura Aurora Kellermann
una coproduzione Teatro del Lemming e TATWERK | Performative Forschung

ABU SOTTO IL MARE

di e con Pietro Piva
musiche Paolo Falasca
menzione speciale Premio Scenario Ustica 2017

ANTÓNIO E CLEÓPATRA

testo Tiago Rodrigues, con citazioni da António e Cleópatra di William Shakespeare
regia Tiago Rodrigues
con Sofia Dias e Vítor Roriz
scenografia Ângela Rocha
costumi Ângela Rocha, Magda Bizarro
disegno di luz Nuno Meira
estratti musicali dalla colonna sonora del film Cleópatra (1963) de Alex North
collaborazione artistica Maria João Serrão, Thomas Walgrave
allestimento del palco Decor Galamba
traduzione inglese Joana Frazão
produzione esecutiva Rita Forjaz
produzione esecutiva nella creazione originale Magda Bizarro, Rita Mendes
produzione TNDM II dalla creazione originale della compagnia Mundo Perfeito
coproduzione Centro Cultural de Belém, Centro Cultural Vila Flor, Temps d’Images
residenza artistica Teatro do Campo Alegre, TNSJ, Alkantara
ringraziamenti Ana Mónica, Ângelo Rocha, Carlos Mendonça, Luísa Taveira, Manuela Santos, Toninho Neto, Rui Carvalho Homem,  Salvador Santos, Bomba Suicida
con il sopporto Museu de Marinha

IL CANTICO DEI CANTICI

di e con Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai
produzione Fortebraccio Teatro
con il sostegno di Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il contributo di MiBACT e Regione Emilia-Romagna

IL REGNO PROFONDO
Perché sei qui?

scritto da Claudia Castellucci
regia vocale Chiara Guidi
interpretato da Claudia Castellucci e Chiara Guidi
musiche Scott Gibbons, Giuseppe Ielasi
direttore tecnico Eugenio Resta
fonico Andrea Scardovi
organizzazione Elena De Pascale e Stefania Lora
produzione Societas