Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Filipe Ferreira

Testaccio/Corviale: andata e ritorno

Le parole e i silenzi di Short Theatre 13

Perché una realtà non ci fu data e non c’è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.

Luigi Pirandello Uno nessuno e centomila (1926)

Nell’immaginario collettivo, Corviale rappresenta lo spazio periferico per eccellenza, dislocato in un luogo non ben definito, ma comunque lontano. Un «monumento urbano» lungo quasi un chilometro, di cui lo sguardo non riesce a contenere i confini, cogliere i dettagli; un esempio di quell’utopia razionalista teorizzata dall’architetto svizzero Le Corbusier (cfr. Midollo: abitare il teatro oltre il degrado).

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Come sospeso nel tempo, si fatica ad attraversare la sua silenziosa caparbietà per riuscire a scovare tracce di vita. Poi «visto da vicino il mostro non è così mostruoso», come precisava Renato Nicolini (che fu anche assistente di Mario Fiorentino, uno degli ideatori del progetto urbanistico di Corviale) a cui è intitolata la biblioteca di via Marino Mazzacurati, dove prende vita la performance The Quiet Volume ideata da Ant Hampton e Tim Etchells.

Ant Hampton & Tim Etchells The Quiet Volume. Foto ©Ant Hampton

Ant Hampton & Tim Etchells The Quiet Volume. Foto ©Ant Hampton

Di contro al silenzio irreale che permea l’imponente edificio, la biblioteca diventa lo spazio privilegiato di rumori che ri-acquistano familiarità con l’umano: pagine sfogliate, ticchettìo di dita sulle tastiere, colpi di tosse, ritmo lento di passi, frasi bisbigliate. I primi minuti costringono al riconoscimento della realtà intorno, poi una voce invita alla lettura, sussurrata e condivisa, durante la quale si alternano le pagine di Trilogia della città di K di Agota KristofCecità di José Saramago, Quando eravamo orfani di Kazuo Ishiguro e le immagini fotografiche di Cityscapes di Gabriele Basilico. Rigorosamente in bianco e nero, gli scatti di Basilico  disegnano quella «solitudine degli edifici» in cui scorgiamo le linee grigie e fiere dell’enorme «Serpentone».

La performance, che coinvolge due persone alla volta, non concede distrazioni, in questo andare incessante e condiviso alla ricerca delle parole, in un equilibrio costante tra il lasciarsi andare ad un intimo ascolto, e la consapevolezza della presenza dell’altro. È la stessa voce che risuona da un paio di cuffie, quasi permeando tutto lo spazio intorno, a ricordarci di continuare «nella lettura sapendo che l’altro accanto a te c’è».

Torniamo nel cuore pulsante di Short Theatre, negli spazi della Pelanda, a Testaccio.

L’intima consapevolezza del reale proposta da The Quiet Volume, diviene forza visiva e drammaturgica nello spettacolo dei Sotterraneo, Overload. Il ritmo incalzante qui non concede pause né silenzi, costringe a vivere un eterno presente dominato da un sovraccarico di informazioni, l’overload appunto.

Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Carolina Farina

Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Carolina Farina

«È esattamente di questo che vorrei parlarvi stasera. Vorrei parlarvi della possibilità di una vita reale nell’epoca della saturazione delle informazioni». Così esordisce Claudio Cirri nei panni dello scrittore statunitense David Foster Wallace. Ma questo suo incedere nel racconto subisce rallentamenti, deviazioni, interruzioni, mediante l’apertura di una successione di finestre che lo spettatore è chiamato ad attivare. La scena si popola di personaggi – una coppia di tenniste, un pescatore, un pilota di Formula Uno, una donna in procinto di partorire, finanche due galli da combattimento – destinati a dissolversi nel giro di quei pochi secondi a cui è affidata l’attenzione (recenti studi stimano che la nostra soglia è scesa a 8 secondi, meno dei 9 di un pesce rosso).

Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Carolina Farina

Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Carolina Farina

Non molto tempo fa, la serie televisiva britannica Black Mirror proponeva l’episodio 15 Million Merits, nel quale gli esseri umani, abitanti di un mondo asettico e claustrofobico, privati di qualsivoglia capacità critica, sono costretti a mantenere una soglia di attenzione costante davanti a schermi sui quali si susseguono programmi televisivi e spot pubblicitari. Un segnale acustico, simile a quello che precede l’attivazione del “contenuto nascosto” in Overload, funge qui da monito, in caso di distrazione, e obbliga a continuare la visione.

Lyn/Brooker/Huq Fifteen Million Merits (Black Mirror 1.2, 2011)

Lyn/Brooker/Huq Fifteen Million Merits (Black Mirror I.2, 2011)

I Sotterraneo non si limitano alla mera provocazione, propongono una lucida riflessione sulle contraddizioni che attanagliano il nostro presente, con un stile rigoroso e prorompente confermando un’autentica e schietta aderenza al reale. Ed è nel finale che, tolti gli abiti del personaggio, e concedendo una apparente distensione alla partitura verbale, attuano un radicale cambio di registro e mettono in scena la propria morte. Perché per sopravvivere, in questo overload, bisognerebbe restare in apnea, oppure imparare a respirare sott’acqua. O forse, ancora, mutare in forme nuove, diventare l’uomo-pesce che si aggira, infine, da solo, in questo presente «sommerso».

Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Carolina Farina

Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Carolina Farina

 È con la scena dell’annegamento della bambina nella vasca del giardino che Pirandello sceglie, in Sei personaggi in cerca d’autore, di far scoppiare, improvviso, il dramma. Colui che osserva, il giovinetto, da dietro un cipresso, non interviene ad impedirlo e, atterrito, si uccide.

Dopo I giganti della montagna, Fortebraccio Teatro torna ad indagare il testo pirandelliano con Sei. E dunque perché si fa meraviglia di noi? E, ancora una volta, il testo viene frammentato, decostruito e infine consegnato alla voce e al corpo dell’unico attore in scena, PierGiuseppe Di Tanno, formidabile performer che, in cima allo spazio angusto di un parallelepipedo di metallo, accoglie in sé tutti i sei personaggi.

Fortebraccio Teatro Sei. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Fortebraccio Teatro Sei. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Sospeso tra realtà e finzione, Roberto Latini sceglie l’immaginazione e, con essa: «Le parole, le parole, le parole! Sono queste il personaggio che ho scelto» [note di regia dei Giganti, NdR], pronte a macchiare quel telo bianco che fa da fondale, al quale il settimo personaggio/Di Tanno sembra rivolgersi, come all’autore, per ri-creare il suo ruolo nel mondo. In Ubu Roi, la gigantesca scatola bianca che occupava la scena diviene fondamentale, come afferma lo stesso Latini, per permettere ai personaggi di inventare sé stessi

Pensavo alla pagina bianca, al nessun mondo. Gli Ubu sono dei transitanti, non abitano, eppure serviva un luogo […] Il bianco è come una tela sulla quale gli Ubu vanno a disegnarsi.

A. FogliLatini e l’Ubu Roi: l’intervista (Ravenna&Dintorni, p.14, 23/02/2012)

Fortebraccio Teatro Ubu roi. Foto di scena ©Simone Cecchetti

Fortebraccio Teatro Ubu roi. Foto di scena ©Simone Cecchetti

Quando domandiamo a Latini «Cosa chiedi all’attore e cosa hai chiesto, in particolare a PierGiuseppe Di Tanno?» risponde: «Di fare la verità. Questo è quello che chiedo anche a me. E questo si fa facendo finta. Veramente».

Lo strumento-voce, recuperata la sua peculiare “materialità”, permea lo spazio consentendo alle parole di divenire altro,

[…] di stare all’interno dell’onda emotiva che assale tutto il corpo, quando ancora le parole non sono necessarie.

Chiara GuidiSulla tecnica molecolare della voce, in Dossier Socìetas Raffaello Sanzio (Culture Teatrali, 2010)

Fortebraccio Teatro Sei. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Fortebraccio Teatro Sei. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Ed è nel silenzio attorno alle parole, nelle sospensioni, che le sonorità di Gianluca Misiti entrano in scena, proprio ora e non prima né dopo, come a creare un altro tempo, nello spazio di un velatino dove si rincorrono «finzione» e «realtà».

«Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! Realtà!» Ma dove sta la realtà? Nel coraggio che hanno i poeti, gli artisti, di immergersi nel proprio tempo.

A noi basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da sé. Basta che una cosa sia in noi, in noi ben viva, e si rappresenta da sé, per virtù spontanea della sua stessa vita. È il libero avvento di ogni nascita necessaria.

Luigi PirandelloI giganti della montagna (1931-33)

In apertura: Sotterraneo Overload. Foto di scena ©Filipe Ferreira

THE QUIET VOLUME

creazione Ant Hampton, Tim Etchells
voci versione inglese Ant Hampton, Seth Etchells, Jenny Naden
produzione artistica Katja Timmerberg
registrazione binaurale TiTo Toblerone
commissione, produzione Ciudades Paralelas: un festival di ‘teatro portatile’ curato da Stefan Kaegi e Lola Arias
debutto coproduzione della versione italiana Uovo performing arts festival, Milano
direzione Ant Hampton
supervisione Martina Pozzo / Uovo
direttore di produzione Paolo Rumi
prima voce Emanuele Fortunati
voce di bambino Pietro Ferro
terza voce Franca Porzio
traduzione Maddalena Fiocchi
registrazione audio, editing Andrea Pestarino @Music Production

OVERLOAD

concept e regia Sotterraneo
in scena Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini
scrittura Daniele Villa
luci Marco Santambrogio
costumi Laura Dondoli
sound design Mattia Tuliozi
props Francesco Silei
grafica Isabella Ahmadzadeh
promozione internazionale Giulia Messia
produzione Sotterraneo
coproduzione Teatro Nacional D. Maria II nell’ambito di APAP – Performing Europe 2020, Programma Europa Creativa dell’Unione Europea
contributo Centrale Fies_art work space, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
con il sostegno di Comune di Firenze, Regione Toscana, Mibact, Funder 35, Sillumina – copia privata per i giovani, per la cultura
residenze artistiche Associazione Teatrale Pistoiese, Tram – Attodue, Teatro Metastasio di Prato, Centrale Fies_art work space, Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin, La Corte Ospitale – progetto residenziale 2017, Teatro Studio/Teatro della Toscana, Teatro Cantiere Florida/Multiresidenza FLOW

SEI. E DUNQUE, PERCHÉ SI FA MERAVIGLIA DI NOI?

da Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello
drammaturgia e regia  Roberto Latini
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
assistente alla regia Alessandro Porcu
con  PierGiuseppe Di Tanno
produzione  Fortebraccio Teatro
con il sostegno di  Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il contributo di  MiBACT, Regione Emilia-Romagna