anton ego

Per una critica perpetua

Dove sta andando la critica come disciplina del giornalismo?

Dove sta andando la critica come disciplina del giornalismo? C’è spazio per una nuova leva di professionisti della critica sul mercato del lavoro di questi anni? Frequentando da qualche mese un Master in critica giornalistica la questione, sollevata dai docenti o discussa tra compagni, è emersa chiaramente come IL problema, non solo per le speranze di impiego di un gruppo di ragazzi ma soprattutto per il destino del giornalismo culturale nel suo complesso. Si tratta del proverbiale elefante nella stanza; elefante che molti professionisti della critica incontrati come docenti hanno stuzzicato, con visioni per lo più terminali, arrivando alcuni a definire noi aspiranti giornalisti culturali e critici delle arti come dei panda, animali in via di estinzione, persone formate ad alto livello per un mestiere che morirà con coloro che stanno dall’altra parte della cattedra.

La sensazione forte al momento è che la critica intesa in senso tradizionale, come recensione degli spettacoli e approfondimento saggistico, stia perdendo i suoi spazi d’elezione, la stampa quotidiana e periodica, ma non per questo sia una disciplina in via di estinzione e tanto meno stia diventando orpello superfluo. Se i giornali si occupano di segnalazioni e presentazioni, inviti a un’esperienza senza passare a posteriori per una riflessione giudicativa sulla stessa, ciò non significa che altrove essa sia dimenticata e inutile. Il commento, spesso indiscriminato, irriflesso, nebuloso, furioso segno di una chiacchiera avviata apocalitticamente a sostituire la realtà, è uno dei fondamenti del web contemporaneo. In tal senso, tenendo conto che lo spettacolo in ogni forma vecchia e nuova non è certo scaduto nel suo preminente ruolo sociale, la necessità di una critica preparata, approfondita, ben consapevole del mutato e mutante panorama mediatico, emerge sempre più come fondamentale. E il suo luogo d’elezione deve essere il web: il campo di battaglia dove si gioca la partita appena iniziata tra la superficialità e la riflessione, tra la banalità del discorso mediatico attuale e la possibilità di una intelligente e approfondita alternativa.

Sono tantissime le realtà editoriali come la nostra, le cui condizioni di nascita sono riconducibili all’apertura alla condivisione e all’abbassamento dei costi del web 2.0, che fanno oggi della recensione, del commento sullo spettacolo, dell’individuazione di un pubblico, dell’indirizzo e descrizione dei suoi gusti, la loro principale ragion d’essere. Il principio di autorità, connesso a una critica che in senso tradizionale, ma non per questo superato o superabile, deve possedere gli strumenti per separare e scegliere, giudicare e promuovere, descrivere e rivelare, rielaborare e mediare le esperienze estetiche dei pubblici, è il grande problema della critica, e in senso ampio del giornalismo di fronte alla Rete. Principio di autorità che però sussiste e non è ancora del tutto permeabile alle indagini di uffici stampa e uffici marketing, risiedendo nel tribale tam tam del social network, passaparola mondiale all’ennesima potenza la cui riduzione a schemi buoni per riconosciute istituzioni come i grandi giornali è sbagliato e inutile.

Non crediamo quindi che la critica stia morendo. Si sta trasformando, sta migrando, sta ricercando nuovi territori. Compito della, nostra, nuova generazione è trovare il proprio spazio e il proprio linguaggio, senza spegnere, anzi sfruttando in tal senso l’incredibile prossimità e pervasività che regala il web, la fiaccola dello spirito critico. Uno spirito che non è, non deve essere, passatempo ozioso e intellettuale di un élite che altro non può fare se non parlarsi addosso, ma bene comune, baluardo opposto alla chiacchiera, al divenire fuggevole dei rotocalchi, ai discorsi politici basati sull’emergenza e sui bassi istinti. Un pubblico riabituato alla critica, al giudizio ponderato e riflessivo, alla retorica come scienza dell’argomentazione anziché scienza della vendita del fumo, sarà un popolo migliore. La critica non può chiudersi nelle accademie, ha da svolgere un compito estetico che nel suo stesso statuto può essere etico e, nel senso più alto, politico.