L'Isola di Arturo – Iaia Forte

L’Isola di Arturo – Iaia Forte

Scrivere una recensione è una strana faccenda, non si capisce mai tanto bene per chi lo si faccia: se per il pubblico, per l’artista o forse più semplicemente per se stessi; il critico poi, o cosiddetto tale, è una creatura curiosa, occhio attento e megafono scaltro, si aggira nell’ombra, sempre teso a cogliere e ricreare un mondo effimero che si consuma nell’irripetibilità di un istante.

Non capita tutti i giorni di assistere alla lettura scenica di un romanzo: si legge poco, pochissimo in questo Paese, e col tempo si è persa anche la capacità di ascoltare; ma ancora più insolito è scoprire che le parole della più grande e singolare scrittrice di Roma, tornino a rivivere tutto a un tratto in un piccolo teatro di periferia. Lo vediamo il nostro critico che lascia i luoghi familiari del centro, con i suoi intellettuali in scarpe da tennis, i caffè dalle miscele equo e solidali, i tramezzini macrobiotici, per imbarcarsi in un viaggio a ritroso lungo la Prenestina, dove dominano, invece, anonimi palazzoni di borgata, giacche lise macchiate di calce e omoni radunati attorno a un bar che scorgendo la camicia pulita del nostro viaggiatore gli dicono: “Ma ndo vai, ar teatro? Ma com’è? Ce sta ‘n po’ de patata?”. Un tempo c’erano i film neorealisti, i romanzi di Pasolini, i vecchi servizi della Rai a raccontare il mondo di borgata, ma ora?

Al Teatro Biblioteca Quarticciolo, intanto, si fanno le nove, gli spettatori prendono posto, calano le luci e lo spettacolo può cominciare: Iaia Forte legge L’isola di Arturo di Elsa Morante. Un leggio, un microfono, di tanto in tanto un delicato sottofondo musicale e con sapiente leggerezza la storia di quel giovane orfano, figlio delle stelle, solo su Procida alla scoperta di se stesso, riprende vita: ecco Wilhelm Gerace, il padre, uomo schivo che finge di viaggiare, e Nunziatella, la tenera matrigna, “giocasta” immaginata e trasposta di un amore mancato, e poi Tonino Stella, il galeotto, oggetto del desiderio paterno, che si vende in cambio di denaro. Una rilettura drammaturgica quella di Iaia Forte e Carlotta Corradi, che si sofferma – e pone l’accento – sul materiale edipico del romanzo, imperniato sul forte potere evocativo dell’inconscio che la penna della Morante aveva ricamato con leggiadra maestria attraverso la voce narrante del giovane protagonista.

Molti applausi, molto entusiasmo, eppure quel forestiero in terza fila è rimasto vigile e attento, tenuto sveglio dal robusto russare di un grasso uomo alle sue spalle che per tutta la sera ha sibilato in contrappunto alla voce sul palco. Ma comunque, l’incanto è finito, il critico sale sul tram, raccoglie i pensieri e all’improvviso ricorda; quando lesse quel libro, lui, aveva l’età di Arturo e una cosa lo aveva colpito: c’era un altro personaggio, Assunta, la giovane vedova che pur senza amore faceva scoprire ad Arturo il segreto del sesso. Quella sera però Assunta era scomparsa, il moderno “edipo” era passato bruscamente dal bacio strappato alla matrigna alla scoperta amara dell’omosessualità del padre: ma cosí la fuga da Procida in compagnia del “balio” Silvestro aveva un sapore diverso. E allora capisce cosa dovrà scrivere.

Nel mentre il tram sta per svoltare in direzione del centro, lasciando scivolare nella notte la vita nascosta della periferia, quando da lontano sopraggiunge il rumore di una saracinesca e il pensiero, allora, ritorna a quel bonario operaio seduto al bar: no, ‘o sai che c’è, stasera ar teatro ‘a patata nun ce stava.