Absolutely Live MAcrì

Absolutely Live a Teatri di Vetro

Questa non è una recensione. Già. Puntini di sospensione. Ma sì, davvero. E non è neanche una maniera sorniona di recensire nascondendolo, per poi scoprire infine che, sì, era una recensione, solo che il recensore – parola orribile – non sapeva come cominciare, allora. Puntini di blablazione. No, non lo è e basta. Punto, ma senza esclamazione. Punto pacato. Accapo. Che poi neanche Absolutely Live, in realtà, è uno spettacolo: è un gioco, un bellissimo gioco. Splendidamente sgangherato. Ma questa è un’altra storia. Prima di tutto ci sono le regole. Ecco, le regole. Non quelle dell’inventore (ovvero Roberta Nicolai) però, no, né quelle dello stratega (cioè Francesca Macrì), no no, le regole sono quelle dello scacchiere. E lo scacchiere si chiama Roma.

“Ma se hanno appena chiuso il Rialto, al Valle fanno le sedute spiritiche e per l’Angelo Mai si cavilla di transustanziazione, di che regole vai vaneggiando?”, bofonchia dall’angolo una voce vetusta. Ma chi parla? È MAS, con la saracinesca ancora alzata. MAS? Puntini di confusione. Ma com’è che tutti chiudono e tu invece sei sempre aperto? La domanda rimane solamente un dubbio a mezza voce. E poi che ti vuoi mettere a discutere con un palazzo? Si è fatto pure tardi. Meglio avanzare. Il pedone allora fa un passo, un altro, un altro ancora, e poi basta. Qualcosa ostruisce il libero passaggio. È un pezzo bianco, per lo meno in apparenza, più bianco del neon che lo incornicia, è il sorriso smagliante di un faccione che sibila: “Tranquilli che all’Eliseo ci penso io”. Ohilà, bella mossa. Ma dal Brancaccio? Scacco, puntini di esitazione, o matto? Forse arrocco. Insomma, le regole più o meno sono queste. Saliamo su al Brancaccino, va’.

A che gioco vogliamo giocare? Meglio giocare al gioco del teatro, così – come dice Piramo – almeno si sa subito che si scherza a fare i buffoni e nessuno si spaventa. Già, perché si gioca a Sogno di una notte di mezza estate. Di inverno? Perché no, dal letargo non ci si sveglia mai con troppo anticipo.

Allora, ci sono uno due tre cinque, sì ora senza contarli proprio tutti quanti, ci sono parecchie persone. Sono sedute, ogni tanto bisbigliano qualcosa al vicino, ridacchiano di gusto. Perché?! Perché giocano. Volendo li possiamo chiamare spettatori, ma è meglio giocatori. Perché?! Perché chi si siede prende parte a un bellissimo gioco, quello della resistenza alle regole, quello alla costruzione di nuove, quello alla responsabilità. Ed è un gioco che si fa tutti insieme, equipaggiati alla stessa maniera: in platea nessuno sa cosa aspettarsi, sul palco nessuno sa cosa accadrà; gli uni non hanno riletto Shakespeare, gli altri non lo hanno provato; tutti quanti arrivano impreparati allo spettacolo. Sì, impreparati, e perciò nella disposizione migliore: senza alcuna immagine da rispettare, né aspettative o preconcetti. Carta bianca – finalmente – per tutti.

È il gioco più bello che c’è, un gioco in cui le regole si costruiscono infrangendole, un gioco in cui chi sbaglia impara – non viene cacciato fuori. È il teatro. Il teatro che Singolare/Plurale ci reinsegna a guardare insieme a Roberto Latini, Valentina Picello, Roberto Corradino, Federica Santoro e altri irresistibili giocatori. Teatro che si inventa sul momento senza compiersi mai, come a donare il gesto e non il fine. E la fine invece? Cosa?! Il risultato della partita? No, il risultato non interessa proprio a nessuno. Il risultato è la fine. Qui invece si crea. E poi questa mica è un recensione.