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L’Illegalità è l’ultima Libertà?

All’indomani della chiusura dell’Orologio e prossimi all’attesa Roma Theatrum Mundi-Assemblea cittadina per il teatro promossa dai critici romani Graziani, Lo Gatto, Porcheddu e Scarpellini, voglio qui proporre una riflessione che da più di tre anni ormai vado disseminando di articolo in articolo su queste pagine ma che forse ora è necessario manifestare esplicitamente.

La domanda è la seguente: com’è possibile che l’ultima libertà rimastaci sia l’illegalità?

• Qualche rapida premessa

Fughiamo ogni dubbio. Per illegale non intendo criminoso, userò qui la parola “illegale” come sinonimo di non-legale, ovvero di ciò che non rientra nelle leggi vigenti. E, sia ben chiaro, anche laddove le espressioni adottate rievocassero immaginari ideologici, non è mio interesse né volontà alludere ad alcun immaginario politico storicamente connotato, passato o presente, intra- o extra-parlamentare. La riflessione è socio-culturale: politica può solo diventarlo.

• La pancia senza il cervello brontola ma non agisce

In questi ultimi giorni, dopo la chiusura del Rialto e dell’Orologio, si è – comprensibilmente – riacceso un sentimento di indignazione. Indignarsi è sano; purtroppo però, di per sé, non serve a molto. Da quando il tessuto socio-politico invece si è smagliato, l’indignazione è diventata una delle forme di inutile protesta più diffuse, inutile perché quella che oggi “chiamiamo” indignazione de facto si risolve in un brontolio vile e miope: vile perché non ci si espone, miope perché guarda al problema senza considerare il contesto. A oggi l’indignazione, ferma per lo più ai social network e a qualche manifestazione (ormai sempre più simile a un flash mob che a un picchetto), non ha conseguenze reali durature perché avviene comodamente da casa (a culo fermo, per esser chiari) attraverso un clic: condividi il post, firma la petizione, scrivi un commento al vetriolo. È impegno questo o mettersi a posto la coscienza?

E che il 90% delle reazioni muovano dalla pancia senza passare per l’avallo della testa lo dimostra la parzialità delle osservazioni: più livorose che lungimiranti. Il sentimento sarà anche sincero, intendiamoci, ma non per questo la cosa è meno preoccupante. Facciamo un esempio concreto. Siamo tutti indignati che l’Orologio abbia chiuso. Bene. Ma il problema dell’uscita di sicurezza rimane. Perché nel malaugurato caso che invece della Questura fosse venuta una scossa di terremoto e cento persone fossero rimaste intrappolate sotto la macerie, la reazione emotiva sarebbe stata la stessa? Molto probabilmente si sarebbe gridato all’omicidio colposo, e solo in fondo, in una noticina a piè di pagina qualcuno inascoltato avrebbe ricordato che da anni l’Orologio si impegnava a trovare una soluzione all’annosa questione. (E, sia aggiunto rapidamente, altrettanto miope è criticare agli agenti della Questura di essere stati particolarmente pignoli: quando controlli analoghi li fanno a un grande evasore, a un colluso o a un mafioso, ci aspettiamo che siano inflessibili o che diano un’occhiata alla buona?)

Ora, il terremoto catastrofico è improbabile. E il punto non è neanche se sia giusto o ingiusto che abbiano chiuso l’Orologio, perché tutti sappiamo che con i problemi che ci sono a Roma, andare a fare un’ispezione in un teatro off virtuoso è quanto di più inopportuno e infelice possa venire in mente alle forze dell’ordine nella desertificazione culturale in cui ci troviamo. Il punto piuttosto è: siamo in grado di risalire all’origine del problema o ci muoviamo solamente sulla superficie?

• Quella regola che non serve più a nessuno

Quello dell’Orologio è solamente uno di tanti casi che portano all’emersione di una contraddizione tipica dei regimi, pardon, sistemi democratici: se volessimo prenderci la responsabilità di rischiare di “fare la fine del sorcio” per andare a teatro, potremmo farlo o deve vincere la “premura” dello Stato? I diritti li scegliamo o li abbiamo in concessione? Come a dire, se le istituzioni sono staccate dalla realtà concreta, la società reale può muoversi autonomamente o deve per forza assecondare un meccanismo da cui non si sente rappresentata?

Perché se vogliamo possiamo anche continuare a fare il gioco delle tre carte con l’essere o non essere a norma, ma la domanda che dovremmo porci piuttosto è un’altra: abbiamo bisogno di queste norme?  Rispecchiano una necessità? O per lo meno, per essere più concreti, possiamo cominciare a fare – come fra l’altro continua a ripetere il Presidente dell’ANM Davigo – intanto un po’ di pulizia legislativa?

Forse è necessario avviare un ponderato processo di demolizione: disfarci di ciò che non solo non è più necessario (perché ogni presente ha bisogno di revisionare il suo passato), ma che magari non lo è mai stato e che, ogni volta, è subentrato solo come rabberciamento di una magagna precedente. Rattoppare, sulla lunga durata, ha il solo effetto di rinviare i problemi e la loro soluzione a un domani – irraggiungibile perché ipotetico – in cui le cose andranno meglio e potranno essere finalmente affrontate con la dovuta calma e completezza. Ma quel domani non arriva mai perché “domani è sempre domani”, cioè non è oggi. E allora oggi, intanto, cosa facciamo? Cosa stiamo facendo?

• Il futuro non è ipotecabile

Se la legge, e a cascata ogni regolamentazione che ne consegue, viene percepita ormai soltanto come deterrente (“Fa’ così o non fare cosà, altrimenti…”), vuol dire che siamo precipitati in una deriva – ancor prima che legislativa – sociale. Significa ovvero che non sappiamo più convivere, che non ci fidiamo, che avvertiamo l’altro come minaccia all’incolumità nostra, dei nostri beni e del nostro denaro. E, stante la liberaldemocrazia, proteggere il denaro – ciò che regola i nostri rapporti e desideri – significa proteggere il proprio futuro.

Perché il denaro non è più un fatto materiale: è un’ipotesi aperta; e vivendo in un sistema di libero mercato, tutto è investibile (cioè ipotizzabile): il tempo, il lavoro, la proiezione di bilancio, gli esiti di una votazione, eccetera. Tutto cioè è smaterializzato dalla sua sostanza. E spostato sul futuro. Viviamo di un’astrazione che crediamo concreta ma non lo è, perché lo sarà domani, e domani lo sarà il giorno dopo, e così via senza mai giungere a una resa dei conti.

Insomma, a forza di rinviare al futuro ci stiamo dimenticando il presente. Ma allora cos’è che vogliamo tutelare con le nostre leggi: la convivenza o un’idea di come potremmo convivere/conviveremo?

• La società la fa una cultura condivisa

Come si crea un’alternativa, allora? Ritornando al problema alla base. Qual è il problema alla base? Che non ci fidiamo più gli uni degli altri. Deleghiamo le nostre scelte ad altri di cui sospettiamo continuamente; ci regolamentiamo attraverso leggi che sappiamo possono essere evase; affidiamo la resa delle nostre fatiche a istituti di risparmio e credito per i quali non nutriamo una maggiore stima; e via dicendo. O capiamo che dobbiamo intervenire a partire da questa sfiducia generale oppure difficilmente le cose cambieranno.

E non è possibile costruire, o meglio, ricostruire se prima non si distrugge (o quale che sia il sinonimo politicamente corretto) ciò che non funziona. Ma per distruggere c’è bisogno di rinunciare a tutte quelle illusioni (materiali e virtuali) con cui – progressivamente negli ultimi due secoli, ma soprattutto dal secondo Novecento in poi – abbiamo lenito narcisisticamente la nostra frustrata sfiducia negli altri. Detto in parole povere, dobbiamo smetterla di farci una guerretta sterile secondo regole che non legittimiamo. Perché è il contesto economico (essendo il denaro il nostro mezzo di fiducia principale) a metterci gli uni contro gli altri ed è la nostra passività inconsapevole ad alimentarlo.

Scriveva Durkheim già nel 1897: «Le soluzioni facili sono inadeguate alla difficoltà della situazione. Certo, vi è una sola potenza morale capace di dettar legge agli uomini, ma è necessario che sia abbastanza immersa nelle cose di questo mondo per poterle stimare nel giusto valore. […] Questa deve essere diversa da una riunione d’individui che si incontrano il giorno delle votazioni senza avere niente in comune tra loro. La corporazione potrà assolvere al compito destinatole unicamente se, invece di rimanere un’entità convenzionale, diventerà un’istituzione ben definita, una persona collettiva con le sue tradizioni e i suoi costumi, i suoi diritti e i suoi doveri, e una sua unità. La grande difficoltà non sta nel decidere per legge che i rappresentanti saranno nominati per professione, e quanti ce ne saranno per ognuna, bensì, nel fare in modo che ogni corporazione diventi un’indivudalità morale. Altrimenti, non faremo altro che aggiungere una cornice esterna e fittizia ai rappresentanti già esistenti che vogliamo sostituire.»

Sovversivo? Illegale? Non credo. In tutta franchezza penso soltanto che una convenzione ha senso solo finché ne conveniamo, quando ne soffriamo quasi tutti è semplicemente una trappola. Dalla quale però possiamo liberarci. Come? Smettendo di convenirne.

• L’impegno è di chi lo prende

Nessuna sa cosa avverrà all’assemblea di domani e, diciamolo chiaramente, ciascuno teme che finirà nella solita gazzarra di recriminazioni e risentimenti. Inutile fare auguri retorici. Sta a noi, tutti quanti, a raccoglierci ed accoglierci attorno a una – non soluzione bensì – pratica collettiva, duratura, costante, nel rispetto e nello scambio delle diverse posizioni. Non un grande evento collettivo ma un impegno di lunga durata. Siamo tutti stanchi dell’ipocrisia della democrazia formale, fatta di belle espressioni e vigliacche suscettibilità. Serve ricompattarsi attorno a una cultura, da costruire e ricostruire, coinvolgendo le parti, senza interessi secondi.

Abbiamo fallito spesso, fallire ancora non sarà uno scandalo, però potremmo cominciare a fallire un po’ meglio.

Ascolto consigliato

(In apertura: TC The people don’t know their true power)