M.C. Escher Relativity (1953) ©National Gallery of Art, Washington, DC

Tight Theatre

Trattatello logico sui limiti presunti o reali di Short Theatre

Non tutti i nostri impulsi sono dettati dalla virtù: a volte, sono conseguenza soltanto della natura umana. L’uomo veramente virtuoso è modesto ed equilibrato, e desidera imparare senza per questo sentirsi sminuito. Ma, se ci lasciamo trascinare dagli impulsi e dalla presunzione di sapere tutto, e rifiutiamo di imparare, perché stupirci se poi, in molti casi, la verità ci sfugge?

F. Von SpeeCautio criminalis. I processi contro le streghe (1631)

• Premessa. La vita è il risultato delle nostre scelte, le scelte il risultato del confronto fra ciò che siamo già e ciò che potremmo essere. Tale confronto può essere di due tipi: contestuale e ideale. Nel primo caso ci rapportiamo con un dato reale per giungere a una scelta tendenzialmente pragmatica; nel secondo caso ci rapportiamo con un’idea e non necessariamente giungeremo a una scelta.

• Ipotesi. Può un festival di teatro contemporaneo a Roma aprirsi maggiormente a un pubblico più ampio e meno caratterizzato?

• Tesi. Idealmente: sì. Contestualmente: dipende.

• Consigli per l’uso. Per amor di ragionamento, vi invitiamo ad accantonare ogni giudizio morale.

• Dimostrazione

Possiamo distinguere due tipologie principali di Festival: i festival che agiscono nei piccoli centri o nelle realtà periferiche, offrendo una proposta culturale che solitamente rimane, parzialmente se non totalmente, esclusa e/o limitata durante il resto dell’anno; e ci sono i festival che agiscono nei grandi centri o in realtà già consolidate, rispondendo a una comunità circostanziata, tendenzialmente nutrita e preparata. I primi hanno una vocazione all’inclusività, i secondi all’approfondimento. Seppur grossolana e fallace, sia ammessa – se non concessa – la forbice.

Nel caso specifico, Short Theatre rientra nella seconda tipologia. Offre infatti un ventaglio di spettacoli che, con buone probabilità, a un pubblico di non assidui risulterebbe di non immediata fruizione. Di conseguenza, il pubblico presente è fortemente caratterizzato e vede appassionati di arti performative, di danza contemporanea e di teatro di ricerca, nonché operatori, critici, artisti.

I questione. Ma “sono sempre gli stessi”. Non rischia di rimanere un operazione autoreferenziale?

Argomento. A rigor di logica sì. Ma di logica. Da più di trent’anni a questa parte, però, la logica è stata completamente scavalcata dalla emotività (che è altra cosa dall’emozione) e il ragionamento logico viene ormai continuamente inficiato dal giudizio morale. Perciò, traduciamo. C’è qualcosa di male nel fatto che un comunità connotata da un comune interesse si raccolga in occasione di un festival che approfondisce proprio quella comune passione? Assolutamente no. Altrimenti tutti si dovrebbero interessare di tutto: dall’orto botanico al club del libro, passando per i laboratori scientifici o il circolo dell’uncinetto, ogni attività di gruppo dovrebbe raccogliere nuovi membri pena l’onta della discriminazione socioculturale.

II questione. Sì, ma così non si esclude a priori chi potrebbe scoprire una passione per quell’interesse?

Argomento. Non necessariamente. Una questione del genere è viziata dall’implicazione (morale) per cui specificità è sinonimo di autoreferenzialità: autoreferenzialità di esclusività. Ma se, ad esempio, uno svedese va in Spagna non potrà certo pretendere che gli iberici conoscano la sua lingua o tantomeno che la imparino solo per farlo sentire a suo agio. Va bene la passione, l’entusiasmo, la curiosità, ma chi è intenzionato ad abbracciare un nuovo interesse deve avere quantomeno la fertile umiltà di coltivarlo, senza vergognarsi della propria ignoranza né utilizzarla come arma di difesa. Se poi, per tale ignoranza verrà discriminato è tutt’altra questione—ma non è certo questo il caso.

III questione. Va bene, ma non si potrebbe spingere di più la presenza di un pubblico nuovo/altro/occasionale?

Argomento. Idealmente sì, ma dipende anche da come ciò avvenga. In critiche di questo tipo, infatti, sfugge sempre un dato meramente concreto. A Roma soltanto vivono circa tre milioni di abitanti; le sale della Pelanda ospiteranno a occhio e croce dai cento ai duecentocinquanta posti: avendo anche solo una persona interessata ogni diecimila (cioè lo 0,01%), ci sarebbe già un esubero di cinquanta-cento posti per i soli romani, senza contare tutti coloro che vengono dalla provincia e dal resto d’Italia. Si dia il caso poi, per assurdo, che a ogni spettacolo una buona metà della platea debba essere di spettatori non assidui; cosa ne sarà degli altri, degli appassionati della prima ora? Allontanati per uguaglianza forzata?

IV questione. Si potrebbero allora aumentare le repliche.

Argomento. Sì, è una possibilità, ed è stato fatto, ma non è così semplice. Ogni replica è un costo, e non si tratta solo di cachet, ma anche di tecnica, di ospitalità, ad esempio, nonché di energie. Inoltre gli artisti potrebbero avere altre date in concomitanza, o semplicemente non voler replicare, qualunque sia la ragione. Infine, aumentare le repliche comporta una riduzione dell’offerta, e così si rischierebbe di trasformare un festival nel clone in miniatura di un teatro. La questione allora dovrebbe vertere su un altro argomento: che differenza c’è oggigiorno fra l’offerta di un teatro votato all’innovazione e quella di un festival di teatro contemporaneo, se spesso il festival finisce per diventare una vetrina di quegli stessi spettacoli che gireranno comunque per le sale italiane? Non è questo però il dibattito, e sempre per amor di logica sarà buona cosa non mischiare questioni e argomenti tanto per demolire l’opinione altrui e corroborare la propria. A meno che si punti alla presidenza del consiglio, beninteso.

V questione. Allora va tutto bene così com’è?

Argomento. Di nuovo, il giudizio morale non è un valido argomento, perché è sempre relativo. Non si tratta di “andare” o “non andare bene”, ma di rispondere agli obiettivi prefissati. «Short Theatre è un luogo e un tempo» – recita il programma – «in cui si ricompone una comunità di artisti, pubblico e operatori.» L’intento è dichiarato. E viene rispettato. Il festival poi può non piacere, così come i suoi spettacoli e gli habitué della «comunità», ma – per così dire – non ha senso giudicare un lago dicendo che gli manca il respiro del mare, non è un argomento, è un paradosso puramente retorico.

VI e ultima questione. Ma il lago può stagnare.

Argomento. Se non saprà ricambiare la sua acqua evidentemente questo è un rischio, ma non sarà certo l’allargamento del bacino in sé a fare la differenza.

• Corollario. A minare il futuro di un festival non è la sua capacità di ampliamento ma la sua incapacità di crisi. Laddove una comunità non mantenga desto e lucido il suo spirito critico, alto sarà il rischio di fomentare un miope conformismo interno.

Ascolto consigliato

In apertura: M.C. Escher Relativity (1953) ©National Gallery of Art, Washington, DC