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#19: La sagra del selfie

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Mary G. è una ragazza mediterranea tutta ricci e fantasia. Mentre riordinavo la mia camera in zona Tiburtina, qualche giorno fa, mi chiama e mi fa: “Oh, vieni a prenderti una birra, io sono già al pub!”
Scoppio a ridere: “Ma dove!?”
E lei: “Te l’ho detto! Al pub!”
E allora scendo al locale e la trovo già lì che sorseggia una Chouffe. Arriva il cameriere e ordino un mojito in offerta; le chiedo se prende qualcos’altro e lei esplode in una risata.
Il cameriere se ne va e rimaniamo soli.
Mi fa:
“Oh, vengo a Roma settimana prossima. Facciamo qualcosa!”

(Ah già, dimenticavo: la birra ce la bevevamo davanti lo schermo di Skype, lei nella sua città, io nella mia. Ma siamo meno preoccupanti di quello che sembra.)

Dopo aver analizzato diverse opzioni (tra cui andare a farci le foto al Colosseo, senza inquadrare il Colosseo) mi chiede di accompagnarla alla mostra di Frida Kahlo, alle Scuderie del Quirinale. Che problema c’è. Qualche decina d’ore dopo stavamo già a Piazza delle Quattro Fontane, cercando di capire la direzione da seguire.

Io e Mary G, condividiamo da tempo una passione. Siamo andati spesso (e volentieri) a diverse mostre d’Arte, musei, conferenze e rassegne di vario genere, sempre nell’ambito artistico e intellettuale: siamo appassionati di Appassionati d’Arte. Gente in fila ai festival del Cinema, teatri in prima serata, letture di poesie in circoletti culturali, non fa differenza: lo spettacolo umano vale sempre il prezzo del biglietto.

Li vedi con quei cappelli vistosi, quelle scarpe sempre lucidate che fumano sigari o sigarette elettroniche, che sfoggiano parole del dizionario che studiano apposta per esibirsi in questi contesti. Tutta gente che ha sacrificato la nobile cadenza dialettale in favore di una lingua arida ed erudita, priva di personalità. Li vedi guardarsi attorno composti, riflettere venti minuti di fronte a una tela bianca e affermare con profondità: “è bianca”. L’autore vuole comunicarci che una tela bianca in mezzo al mondo è possibile. Sono sempre gli stessi, vanno a turni. Roma è piena di mostre e di gente che si mostra a cui queste mostre non piacciono. Gli piace andarci forse, gli piace dirci che ci sono stati, gli piace parlarne e ricordarle, ma le mostre in sé non credo che gli dicano molto. Se no non avrebbero quelle facce così indescrivibili… Non so come: ci siete stati a qualche mostra a fare i fighi pure voi, no?

Tra le tante facce in fila ci sono anche le nostre, che aspettano di entrare a contemplare una delle colonne del Movimento Rivoluzionario Messicano, del Surrealismo Sud americano, e della Famiglia Kahlo in generale. Arriviamo finalmente di fronte alla cassiera.
“Buongiorno ragazzi, avete la tessera della sala?”
E Mary G., alzando i pugni a tempo: “Io-non-mi-tessero! Non-mi- tessero!”. La cassiera ci guarda di pietra per un po’ e sono costretto a intervenire: “Noi diciamo NO alla tessera, ci faccia prezzo pieno. :)”.

Imbocchiamo nella prima sala dalle pareti rosse, piena di scolaresche e privati cittadini. Mi guardo un attimo intorno e sembra tutto sotto controllo. Andiamo verso la prima opera. Un autoritratto. Lo guardo per un po’ e non sembra male. Ci spostiamo alla seconda: un altro autoritratto. Poi un altro e un altro. Autoritratti a garganella. Alla quarta o quinta tela mi sento di essere a una mostra di fotocopie, mi guardo intorno: tutti ammirati. Perfino Mary G. è rapita dall’ultima visione di Frida col telo alla Messicana…

“Bello questo, eh Federì?”
“Dici eh?”

“Sì. QUESTO MI COMUNICA UN SACCO.”
“Ho capito, però è il quinto autoritratto. Vabbè che siamo venuti a vedere Frida. Direi che l’abbiamo vista adesso, no?”

“Ma che dici!? Lei c’ha avuto un incidente in autobus, per mesi è stata costretta a letto e aveva un’urgenza espressiva tale che si è fatta mettere uno specchio sul baldacchino del letto e se stessa era tutto il suo mondo. Era tutto ciò che vedeva.
“Ho capito bella mia, però so’ sempre selfie. Una di diciotto anni che si ritrae davanti allo specchio con vestiti sempre diversi. Nel 2014, non mi pare sta grande novità! Ma poi – urgenza espressiva – ma come cazzo parli?”

Poi, un paesaggio. Dalla didascalia leggo che è presumibilmente il primo quadro di Frida: la sua visuale dal letto d’ospedale. Due pali, un cielo celeste e un pezzo di un tetto. Me’ cojoni che artista!

Passiamo alla seconda sala, va.

Il primo quadro è meraviglioso. Un uomo con una bombetta, completo scuro e sigaro alla mano, in uno sfondo urbano. Un misto di luci incantevole, verdi gialle e blu. Un tocco che ricrea un ambiente noir ricco di mistero. Davanti al quadro solo una bambina. La didascalia ci insegna che è un quadro di Carlo Mense, a cui la Nostra si era ispirata per la sua Opera. Davanti a questa meraviglia solo io e la bambina, fermi e silenziosi. Si avvicina una signorotta in tailleur che pare la suora cicciona di Sister Act, si prende per mano la bambina e se la porta via bisbigliando: “Dai forza! Non perdiamo tempo che abbiamo ancora tutta la mostra da vedere, questo quadro non è il suo… daiii…”

Non avrai altra Frida all’infuori di me. Una mamma così premurosa e appassionata di Arte che dice che ha davanti “ancora tutta la mostra” non con l’aria estasiata di una creatura che può ancora godere di opere d’arte famose in tutto il mondo ma come una che deve fare tutte le pulizie di primavera in un castello di trenta piani, per di più con l’intralcio della bambina. Povera donna.

Man mano che andavo avanti con la visione delle opere, e soprattutto delle didascalie, mi acculturavo in merito alla vita dell’artista. In pratica Frida aveva iniziato a dipingere dopo l’incidente che l’aveva mezza paralizzata. Aveva portato le sue opere a uno stimato pittore dell’epoca (tale Diego Rivera) che le aveva apprezzate e si era preso la zoppa in simpatia, portandosela appresso nei circoli intellettuali e nei salotti della rivoluzione socialista in Messico, fino a sposarsela qualche anno dopo.

Al piano di sopra c’erano due quadri affiancati, uno del Rivera e uno della Kahlo, raffiguranti la stessa modella. Nella tela di lui (un’opera mastodontica di quattro metri per tre) si vede la modella sdraiata sul divano che mostra le gambe libere dal vestito da sera argento in cui è foderata, con un calice da champagne in mano. Un inno pittorico alla sensualità. Vicino ti vedi sto quadretto di lei, piccolo piccolo, triste triste, che la raffigura in un primo piano tipo fototessera, in pelliccia.

Mi immagino quella giornata in cui Diego Rivera, non plus ultra della pittura messicana, panzone e sudato, in questo mezzogiorno di fuoco in Messico, si asciuga la fronte con il dorso della mano che ancora tiene il pennello fresco dall’ultima pennellata, dire alla modella: “Bona dai. Finalmente abbiamo finito. Ti puoi rivestire.” E lei – meno male va, me ne vado a pranzo – si riveste e, quando sta proprio sulla porta a riscuotere il compenso, arriva Frida mezza affannata che dice al marito “Dai oh, Diè, ormai l’abbiamo pagata sta modella fammigli fare un disegno pure a me!”. Vallo a pensare che ottant’anni dopo quel momento sull’uscio di casa Rivera verso mezzogiorno e mezzo sarebbe sfociato in “due concezioni diverse dell’arte”.

Ma andiamo avanti. Siamo quasi alla fine.

Passiamo oltre il busto in gesso che teneva il corpetto di Frida per mantenerle la colonna vertebrale (elemento d’Arte essenziale in una mostra tanto quanto le mutande di Rocco Siffredi in una mostra di Milo Manara) e, come per magia, finiscono i selfie.

Nell’ultima sala si cambia! Dalla didascalia si evince che “Frida, costretta a letto nell’ultimo periodo della sua vita si dedica principalmente a paesaggi e nature morte perché di maggiore vendibilità”. Come a dire dai “Alziamo ‘sti ultimi spicci per la bara, che so comunque soldi, speriamo che l’uscita sia gioiosa, e di non tornare più!”
In una serie di bozzetti che dovevano raffigurare i sentimenti che lo psicologo gli aveva commissionato (non per comprarseli, ma per curarla in terapia) rappresenta l’Amore con cinque o sei linee rosa, leggere leggere, nell’angolo in alto a sinistra di un foglio sbiadito. Come se l’Amore fosse proprio un tratto rosa e leggero in qualche angolo dimenticato e sbiadito. È l’opera che mi colpisce di più e quando lo comunico a Mary G mi fa “Vabbè, ho capito, ti sei rotto i coglioni. Usciamo…”.
Vacci a capire.

Ci accendiamo una sigaretta seduti sullo scalino del marciapiede di fronte al Quirinale. Il tramonto la fa da padrone e tinge appena di arancio i sampietrini dello spiazzo pulito e quasi vuoto.
Inizio io.

“Oh, che ti devo dire. Questa secondo me dipinge male. Tutte le opere che mi hanno colpito di più, non erano le sue.”
“Ma che c’entra. Devi contestualizzare. Con tutti i problemi che ha avuto, quasi tutta la vita costretta a letto, sempre a dipingere. È un’artista!”

“Vabbe, pure al paese mio ci sta una ragazza down. Ogni estate fanno una gara di karaoke in piazza e lei si presenta sempre. È stonatissima, si muove a fatica eppure la giuria la premia sempre. È una bella cosa che la società incoraggi le vene artistiche. Magari, se incidesse un album, in paese se lo comprerebbero pure. Forse pure io me lo comprerei. Poi lo ascolti tu che non la conosci e ti fa schifo. Io non vengo a dirti che devi contestualizzare.”
“Ma che c’entra? Vuoi mettere!? Frida è stato un personaggio storico per mille motivi, è giusto che la sua arte venga diffusa!”

“Pure George Bush ultimamente si è messo a dipingere quadri, allora che facciamo? Tutti fenomeni?”
“Allora non capisci. Frida Kahlo ha avuto una vita che ha ispirato migliaia di persone. E l’ha raccontata attraverso le sue opere. È stata una colonna per tutto il Movimento Femminista…”

“… perché?”
“Allora intanto perché nei tempi del Messico degli anni ’30 era una molto open-mind…”
“… che significa open-mind? Mignotta?”

Free-da.

“AH AH. Era Una che aveva il coraggio di seguire la propria sessualità e le proprie idee. Ha avuto un ruolo centrale nella rivoluzione messicana e nell’arte mondiale dell’epoca. Contro tutto e tutti, anche contro il suo stesso corpo!”

“Guarda Mary G. Sarà pure come dici te. Però i quadri sono brutti. Non dipinge bene. Io vengo a pagare il biglietto per vedere i quadri e se i quadri sono brutti, la mostra è brutta. Per carità, mica ce l’ho con te che ci sei voluta venire. A me mi pare di aver visto una mostra di verniciatura della moglie di un bravo pittore, tutto qua. Questo tutto mi sembra, tranne che una bella pubblicità per il Movimento Femminista.”

“Stai a perde colpi Fe’. Sei tu quello che ha fatto il Dams, me le dovresti dire te, ‘ste cose: l’arte di Frida Khalo è stata la sua vita. Una donna con una personalità tale da imporsi con la sua sola presenza in mezzo ai salotti di uomini più potenti e talentuosi di lei in un’epoca e in un Paese dove le donne erano poco più che contorni di vagine. Il fatto che ancora oggi vengano organizzate mostre su questa artista ti fa capire quanto profonda sia la traccia del suo passaggio su questa terra. E già il solo fatto che a te, che non la conoscevi per niente, ti ha suscitato delle riflessioni, la curiosità di scoprirla, di saperne di più, dimostra quanto potente sia l’aura di un’anima di una persona che quando è nata era proprio come me, o come te. Capito adesso?”

Eh. “Capire” è una parola un po’ tonda e definitiva. Diciamo che ho iniziato a maturare l’idea che non importa che sia piena di ricci, portatrice di handicap, con un ciglio solo, martoriata da un incidente. Che si tratti di vincere una gara di karaoke, spuntarla in una discussione o affermarsi nella storia mondiale dell’Arte una donna determinata a sufficienza avrà sempre buone chances di spuntarla.

Di solito, è solo una questione di tempo.
E va bene così.