Se ho paura prendimi per mano

Paper Street intervista Carla Vistarini

David di Donatello 1995 per la miglior sceneggiatura del film Nemici d’infanzia, Premio I.D.I. (Istituto del Dramma Italiano) vinto nel 1987, sceneggiatrice televisiva (Quindici minuti con…, Stryx, Dueditutto, Io a modo mio con Gigi Proietti, solo per citarne alcuni), paroliera (Un’isola per Alice, Buonanotte Buonanotte per Mina, La nevicata del ’56 per Mia Martini…), musicista, e ora anche scrittrice e romanziera.

Una carriera impressionante, quella di Carla Vistarini, romana classe 1948, una donna che, nonostante gli innumerevoli successi non si sente ancora “arrivata”, e per questo ha scelto di mettersi in gioco ancora una volta, penna alla mano, con un romanzo profondamente emotivo ed attuale, Se ho paura prendimi per mano (Corbaccio, 2015).

L’abbiamo incontrata in Alessandria, in occasione della prima edizione della Festa del Pensiero, e abbiamo parlato di attualità, letteratura, passioni condivise, in un clima gioviale e amichevole, come vecchi amici che si rincontrano dopo qualche anno.

Hai scritto alcune fra le canzoni più belle della storia della musica italiana, testi per programmi televisivi di grandissimo successo e commedie pluripremiate: cosa ti ha spinta ad affrontare la forma letteraria del romanzo?

Ho avuto una lunga carriera nel mondo dello spettacolo, fra musica, cinema, teatro e televisione, ne sono stata totalmente assorbita per buona parte della mia vita e, per lanciarmi in questa nuova avventura, ho dovuto rinunciare alla tv, il mezzo più globalizzante, per trovare il tempo di fermarmi e scrivere. Ho scelto la forma del romanzo perché permette un contatto diretto con il pubblico dei lettori, nel corso delle mie esperienze c’è sempre stato un tramite, gli attori, i cantanti, non sono mai arrivata alla gente in prima persona. Nella letteratura il contatto è a due, tra lo scrittore e il lettore, un rapporto intimo, e mi è servito per comprendere a fondo le mie vere capacità. In effetti, è stata una vera e propria scommessa con me stessa.

Quali sono le differenze, dal punto di vista tecnico?

Sicuramente la sceneggiatura si pone come uno strumento di lavoro, una sorta di vademecum per i tecnici, nata per far funzionare a dovere un programma o un film. Il romanzo, invece, è un mezzo di comunicazione completo, non insegna nulla agli altri e non ha bisogno di spiegare se stesso, è la lettura che trasforma il libro grazie alla sensibilità personale e al vissuto del lettore stesso.

E parlando del tuo, di romanzo, com’è nato? Il fatto che il protagonista sia un ex analista finanziario, caduto in miseria, è una rappresentazione nero su bianco della situazione economica del nostro Paese?

Sicuramente si tratta di un romanzo molto contemporaneo, urbano, che racconta storie profondamente umane, contestualizzate nella terribile crisi odierna. Una storia realistica di vite difficili, sia quella dello Smilzo, il protagonista principale, che quella della bimba che lo accompagnerà nelle sue avventure/disavventure, che nonostante la tenera età ha già subito molti traumi e momenti difficili. Sono entrambi soli, emarginati, ma scelgono di fondersi in un’unica identità per farsi coraggio a vicenda.

Vista la sua base realistica, c’è qualche fatto di cronaca o di attualità che ti ha ispirata particolarmente?

Nulla in particolare, ma sicuramente mi hanno molto colpita i fatti dei Parioli, che hanno riempito i telegiornali fino a qualche mese fa, e il fatto che ogni giorno decine e decine di persone, onesti cittadini contribuenti, perdono tutti i propri risparmi per averli affidati a personaggi privi di onestà e un briciolo di moralità. Tutte situazioni che, senza allontanarmi troppo, tocco con mano anche sotto casa mia, dove avvengono spesso rapine a mano armata, attuate da delinquenti ma anche da persone disperate, distrutte dalla crisi.

Il fatto di nascere come sceneggiatrice ti ha condizionata e/o aiutata nella stesura del tuo romanzo?

Sicuramente il fatto di provenire da questo settore mi ha portata a costruire una narrazione dal ritmo veloce, avvincente, ho cercato di scrivere un libro simile alla vita, “ma con le scene noiose tagliate”, come ho ribadito in più di un’occasione durante la mia carriera. Anche perché in un giallo, e di questo si tratta parlando di Se ho paura prendimi per mano, il ritmo è fondamentale.

Il libro ci dona anche una riflessione sul senso della paternità e, più in generale, della genitorialità: cosa pensi al riguardo?

Quello fra i due protagonisti diventa, a tutti gli effetti, un rapporto di paternità, il lettore assiste alla nascita di un amore profondo, ancor più forte proprio perché ha origine dalla disperazione. L’incontro è del tutto casuale, e per questo ancor più magico, il senso dell’essere padre, anche se non dal punto di vista biologico, viene esplicitato con dolcezza disarmante, e anche gli stessi personaggi ne rimangono stupefatti. In questo sta la mia convinzione: genitori si nasce, quando si presenta la necessità l’istinto viene fuori. L’amore è la catarsi, il riscatto del protagonista, in una società che lo ha abbandonato.

Tu sei romana, e proprio nella Città Eterna è ambientato questo tuo romanzo d’esordio: com’è cambiata negli anni, quali metamorfosi ha subito? E soprattutto, in bene o in male?

Roma è cambiata molto, negli anni, è un coacervo di cose, caratterizzato da una presenza eccessiva della politica nella vita dei suoi cittadini, a Roma tutto è politica o Vaticano, strutture eccessivamente rigide. Soprattutto coi morsi della crisi è difficile condurre una vita normale, conduciamo esistenze approssimative, c’è forte dinamismo ma anche troppa confusione. Nel libro ho scelto di descrivere una Roma diversa, alternativa, nelle sue zone più recondite ma non per questo meno belle e interessanti, come ad esempio il quartiere dei Parioli, tutta la zona sotto i ponti della città, dove vive lo Smilzo, specialmente quello di Sant’Angelo, una realtà tutta da riscoprire. Ciò che sconvolge del cambiamento di Roma è l’impercettibile senso di abbandono che la circonda ogni giorno un po’ di più, rendendola fragile.

Oltre ai due protagonisti, ci sono altri personaggi del tuo libro ai quali sei particolarmente affezionata?

Ce ne sono molti, ma voglio ricordare in particolar modo il prete, da sempre incerto dell’esistenza di Dio, che riesce a trasformare questa sua insicurezza in una risorsa inaspettata, il professore universitario che trascorre i suoi pomeriggi dialogando vivacemente con l’amato cane, che pare rispondergli, e ancora il poliziotto che si occupa delle indagini, sensibile e letterato, che ama Maigret. Tutti personaggi splendidi nella loro umana imperfezione, che ci fanno capire che /b>per uscire dalla crisi, e non solo quella economica, è necessario ricoltivare le relazioni umane, fuggendo la sterilità nei rapporti interpersonali. Anche il cattivo del romanzo, un ricco avvocato senza scrupoli, ha un suo perché, si tratta di un uomo consumato dalla brama di potere e dall’avidità, da un’ambizione sfrenata, metafora dei mali che affliggono la nostra società.

Sei approdata al mestiere di scrittrice, ma in versione “lettrice” come sei? Cosa ami particolarmente?

Sono da sempre una lettrice seriale, per questo ho scritto il mio libro pensandolo come un dono alle persone, non ha senso scrivere per se stessi. Per quanto riguarda il mio sostrato culturale, ci sono autori che hanno influenzato la mia vita, come Orwell (soprattutto 1984), Borges, Sciascia, i grandi narratori della letteratura americana e francese, e sono anche riuscita nell’impresa di leggere per intero l’Ulisse di Joyce. Amo profondamente, come potrai immaginare, anche la musica, in particolare il jazz e il blues, e il cinema, quello di Hitchcock, di Totò e Peppino, e ovviamente il grande Neorealismo italiano.

Se ho paura prendimi per mano si presta molto bene ad una narrazione cinematografica, tra inseguimenti e peripezie di ogni genere: hai già pensato a un’eventuale trasposizione?

Assolutamente sì, se il progetto andrà in porto potrete vedere lo Smilzo e la Nanetta anche sul grande schermo.

Per concludere, parafrasando il titolo del volume: chi ha paura? Il protagonista, che si ritrova di fronte alla miseria e ad una situazione che non riesce a fronteggiare, la piccola (forse la più serena, essendo la più inconsapevole) o il lettore stesso, trasportato in un racconto plausibile, in una storia che potrebbe essere tratta dalla cronaca nazionale?

Tutti hanno paura, a tutti manca qualcosa ma, alla fine del libro, capiranno che quel qualcosa che non hanno lo possono trovare nel sostegno e nell’affetto altrui. Un messaggio di speranza, solidarietà, amicizia e amore, in ogni sua accezione.