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Orecchie – Alessandro Aronadio

Un road movie senza la strada e senza la macchina

Sono finiti i bei tempi del road movie girato per le strade deserte d’America. Se si sceglie di girarlo a Roma, dove il parcheggio non si trova quasi mai e dove la strada non offre nient’altro che malumori e qualche buca, non resta che ambientarlo all’interno di un bus vecchio e sovraffollato, di quelli che sembrano non arrivare mai e che anche quando arrivano, in un modo o nell’altro, riescono comunque a lasciarti a piedi. Orecchie di Alessandro Aronadio è un road movie per modo di dire, un road movie senza la strada e senza la macchina, fatto di incontri piccoli e di personaggi sinceri e di una buona buona dose di sottile – sottilissima – ironia.

Il protagonista, interpretato da Daniele Parisi, è un professore di liceo precario e inetto, che si sveglia una mattina con un fastidioso fischio all’orecchio. Attaccato al frigo un biglietto: “È morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”. Peccato che chi sia questo Luigi, il professore, proprio non riesca a ricordarlo. Si imbarca così in un’avventura fatta di ospedali e di chiese, di medici e di suore, alla ricerca di una diagnosi, di Luigi e, forse, di se stesso.

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Aronadio pulisce l’immagine da ogni possibile sbavatura, facendo dei piani fissi e delle tinte timide del bianco e nero digitale uno stilema al servizio del racconto: ogni cosa è filtrata dagli occhi di un antieroe contemporaneo che non ha nome, incapace di muoversi in una vita che ha perso ogni colore e ogni sapore. Il formato quadrato si allarga gradualmente fino a diventare panoramico, alla moda di Xavier Dolan, parallelamente all’apertura di un uomo verso il mondo, alla sua scoperta e accettazione.

Ad amalgamare il tutto è un sottotesto di ironia grottesca e tragicomica, di quella che si ama o che si odia, scritta bene e messa in scena ancora meglio, forte sì di un cast ricco (oltre a Parisi: Rocco Papaleo, Silvia D’Amico, Pamela Villoresi, Ivan Franek, Milena Vukotic, Massimo Wertmüller), ma soprattutto ben diretto da un (semi)esordiente con lecite mire autoriali. Il risultato è un film amabile e amabilmente scolastico (e infatti viene dalla Biennale College), ben calibrato, che ride dei propri tempi tanto quanto ne riflette.

“È per questo che gente come lei si trova male nel mondo. Siete troppo abituati a pensare”, dice al professore un suo ex allievo, ora rapper di successo. I tempi corrono anche per chi, come il protagonista, preferisce svegliarsi e tapparsi le orecchie per non sentire quello che gli succede intorno: allora tanto vale fare uno sforzo per uscire di casa se barricarsi all’interno non è servito a cambiare le cose. Perché va a finire che se aspetti Godot alla fermata del bus Godot non arriverà mai, ma il bus, per quanto vecchio e sovraffollato, quello alla fine sì.