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Abacuc – Luca Ferri

L’’ultimo uomo della Terra. È col titolo del film cult italiano di fantascienza del 1964 con Vincent Price che si potrebbe descrivere in estrema sintesi la condizione in cui viene a trovarsi il protagonista della nuova opera di Luca Ferri.

Abacuc, un buffo uomo di 200 chili, trascina in solitudine la propria ingombrante presenza per luoghi come squarci di città, squallidi palazzi, architetture utopiche e cimiteri, tutti assolutamente privi di esseri umani. In un momento di questo universo in rigoroso bianco e nero fattosi per misteriosi motivi platealmente spettrale, infatti, una voce femminile over, piena di una gentilezza stucchevole e assente, si presenta come “marchesa di Montetristo” e comunica telefonicamente al superstite Abacuc che questa «è la fine di un mondo».

Adesso che l’’umanità si è ritirata da ogni cosa, la Terra si sarà di sicuro tolta qualche peso, ma, allo stesso tempo, non può fare a meno di rivelarsi anche materia spaventosa e senza senso, con silenzi che fanno crescere a dismisura la strana evidenza di questa fine, rumori enigmatici, dettagli di tombe, foto di persone scomparse, raffigurazioni di scheletri umani. Ogni tanto fanno capolino parvenze di vita, come un fuoco che brucia, delle tende mosse da un vento svogliato, un televisore acceso, persino un treno che sfreccia, ma potrebbe trattarsi solo di deboli manifestazioni di un’’energia completamente fuori luogo in questo scenario ormai pervaso dalla desolazione più criptica, di irrilevanti movimenti che non danno il diritto di sperare in un ristabilirsi dell’’Umano, o, nel caso del treno, di illusioni del protagonista, di sogni, visioni.

Ferri prepara difatti una serie di inquadrature ambigue e sfuggenti in perfetta linea con una narrazione generica e vaga, dove a contare sono perlopiù gli interventi di un punto di vista esplicitamente eccentrico e funereo che sembra documentare un lugubre ritorno alle origini delle cose grazie all’’assenza di persone; un ritorno che riguarda anche il cinema, evidente nella scelta di girare in Super 8, nella fissità della macchina da presa, in alcune sequenze che rimandano direttamente ai Lumière, in particolare quelle iniziali, in cui il protagonista fa un giro in barca in un piccolo lago.

In Abacuc non c’’è però spazio solo per la cupezza: Ferri fa andare morte, misteriosa assenza e desolazione di pari passo con un’’ironia imprevedibile, lascia che l’’opprimente impronta dreyeriana, bergmaniana del film venga attraversata da un’indifferenza e una forte “giocosità” di stampo dadaista, evocando così il respiro irresistibilmente macabro di alcune pellicole di Ferreri o di Ciprì e Maresco. Un senso del comico riscontrabile soprattutto nell’’atteggiamento grottesco del protagonista, che quasi non sembra comprendere la peculiare gravità della situazione, o nelle raffigurazioni di scheletri umani dal piglio ridente accompagnate dalla voce over della marchesa di Montetristo, intenta a declamare col suo solito tono privo di smagliature frasi come «Io leggo Adorno/Io guardo film porno» o «Ho ucciso un bambino/Sono caduto nel lavandino».

Si tratta però di un’’ironia nichilista, soffocante, che aiuta l’’opera di Ferri a far percepire allo spettatore l’’alta percentuale di assurdità dell’’esistenza e la beffarda certezza della morte, di fronte alla quale ogni singolo essere umano si dovrà prima o poi trasformare in un brutale, insignificante “manichino” di ossa.