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National Gallery – Frederick Wiseman

Mentre numerosi film biografici sugli artisti tentano di impacchettare e portare al cinema le personalità complesse e affascinanti di autori più o meno noti al grande pubblico, fa piacere constatare come anche il documentario, in piena salute, riesca a parlare di arte e artisti senza necessariamente dover tirare fuori una sceneggiatura facilmente accattivante. Non ci sarebbe bisogno di scomodare Bonanza per sapere che “la vita è piena di tempi morti”, eppure nei biopic – a volte, beninteso – questa semplice constatazione sembra sfuggire.

Per circa dodici settimane, da gennaio a marzo 2012, Frederick Wiseman, ha letteralmente “vissuto” da mattina a sera, telecamera alla mano, in uno dei più importanti musei inglesi, la National Gallery. Il metodo di lavoro di Wiseman – Leone d’Oro alla Carriera a Venezia nel 2014 – si è ormai consolidato in decine di documentari: raccolta di ore e ore di girato (ben 170, in questo caso), rifiuto di interviste, assenza di commenti e audio aggiunti in post-produzione. Come ha affermato il regista, «L’obiettivo del montaggio è quello di trovare una struttura e un ritmo, di cui non ho idee preconcette». Infatti, grazie a un lungo e paziente lavoro di editing alla fine delle riprese, è il montaggio a ricucire fra loro le parti inizialmente slegate che andranno poi a comporre il prodotto finale. Un metodo solo apparentemente freddo, ma che sin dal primo lavoro – il potente e controverso Titicut Follies del 1967, in cui il tema è la vita quotidiana in un manicomio americano – riesce a calarsi nella realtà filmata restituendo una narrazione “non narrata” (almeno in senso tradizionale, come abbiamo detto) precisa ed efficace.

Ma veniamo appunto a National Gallery. Con questo metodo agisce infatti Wiseman, con consolidata esperienza e uno sguardo che lascia spazio anche all’ironia, per questo documentario dedicato al celebre museo londinese, meta imprescindibile per ogni viaggio in città. Dalle riunioni degli addetti ai lavori alle sale affollate, dalle lezioni di disegno e storia dell’arte agli operai che allestiscono la mostra successiva, fino agli attivisti di Greenpeace che agiscono nottetempo sulla facciata dell’edificio, entrano in gioco pezzo dopo pezzo le diverse personalità che popolano un museo moderno, vivo più che mai, sotto lo sguardo immobile dei personaggi ritratti nelle tele, quella successione strabiliante di Leonardo, Rembrandt, Holbein, Rubens o Turner, per citarne solo alcuni.

È come se nell’impossibilità di sintetizzare, Wiseman facesse ricorso alla sovrabbondanza. Ma in questo accumulo, nei 180 minuti del film, riesce a parlare (o a far parlare) di storia dell’arte e di marketing, di restauro e diagnostica artistica, comunicazione al pubblico e artigianato, “solamente” accostando fra loro i momenti ripresi nel corso dei mesi. E in questo, come se non bastasse, trova spazio in sottotraccia (per esempio nell’assenza deliberata di un ben che minimo schema sull’esito finale del film) anche una riflessione sul fare cinema.

National Gallery sarà proiettato – grazie a Nexo Digital e I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection – in Italia per un solo giorno, il prossimo 11 marzo. Un consiglio: se possibile, per quel giorno, non prendete impegni.