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Mektoub my love – Canto uno

Abdtellatif Kechiche firma il proprio Racconto d'estate, sublimandovi tanto la consuetudine del ciclo esistenziale quanto il tripudio delle carni e l’incessante movimento dei corpi della gioventù

Racconto d’estate, libera (e poetica) sinossi: l’eterno sguardo sul femmineo, sul fianco agile e sulle curvature tonde e perfette, il corpo della donna come misura del mondo e misura del cinema di Abdtellatif Kechiche. Basti pensare, in questo senso, agli interminabili amplessi di Adèle e Emma, ne La vita di Adèle (2013), in cui la macchina da presa si insinua stretta e impudica tra gli incavi dei loro corpi, non lasciando nulla all’immaginazione; o alla sequenza finale di Cous cous (2007), quel magistrale montaggio incrociato durante il quale l’acme, il punto massimo d’eccitazione si realizza gradualmente per il moto convulso del ventre di Hafsia Herzi. Kechiche fa di queste forme e sovrabbondanze di corpi una vera e propria cifra di stile, l’architettura che, come scrive giustamente Marzia Gandolfi, sostiene una dichiarazione d’amore frontale alla vita e al cinema.

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E da ciò nasce il bisogno di raccontare la storia di un gruppo di giovani francesi e del loro quasi infinito idillio estivo, la storia di Mektoub, My Love: Canto Uno. Bisognerebbe distaccarsi da facili e immediate categorizzazioni per comprendere quanto Amin, Ophélie, Toni, Céline e Charlotte rappresentino loro stessi il conflitto, l’azione, il moto propulsore della vicenda. Non a caso, s’insiste sui loro volti, sulle loro leggerezze e problematiche e su ciò che hanno quotidianamente da dirsi. Non si discute di massimi sistemi, si parla di sé e dei propri sentimenti, aprendosi e nascondendosi, volendo per forza esserci o non esserci, un percorso che li porta da un prima a un dopo e che scandisce i ritmi della vicenda: ovvero la formazione e la crescita, displuvio nell’educazione sentimentale dei personaggi, cui Kechiche allude in maniera disincantata e libera, specialmente per quanto riguarda Amin. Amin c’è ma è distante, prende parte alla vita senza mai esserne implicato intimamente, avvertendone e fotografandone i risvolti sugli altri, più che su di sé; il personaggio – regista della storia.

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Un cinema, questo, di dialoghi e conversazioni senza fine, fluviale e iperbolico nella rappresentazione e mai borioso, la cui impalcatura e drammaturgia si costruiscono sulle implicazioni interiori degli uomini e le donne rappresentate; ci si rivela e conosce attraverso la parola, un po’ come fa Claire Denis oggi oppure Eric Rohmer ieri nei racconti delle quattro stagioni, con delle storie e dei personaggi normali ma, in un certo qual modo, magnetici e iconici, indimenticabili. Magari Kechiche si sarà ispirato anche a Racconto d’estate.

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E dov’è la sua maestria se non in questo, riuscire a rendere paradigmatiche immagini figurali di bellezza e leggerezza, come Adèle che mangia gli spaghetti al sugo, la preparazione del cous cous o se pensiamo, ad esempio, alla scena in cui Amin decide di immortalare la nascita di un agnellino, dove la fotografia restituisce tutto in senso di realismo e nitidezza di quel determinato spaccato. Una parentesi altissima, dove ciò che fa parte dell’osservazione di quel particolare “insignificante” il regista vuole proiettarlo in una dimensione universale, sublimandovi tanto la consuetudine del ciclo esistenziale – sia nella scena suddetta che in quella d’esordio, la cui “finalità” e dilatazione le rendono speculari – quanto il tripudio delle carni e l’incessante movimento dei corpi della gioventù che Amin osserva, e che potrebbero essere l’oggetto di qualcosa di ancora più bello e seducente a venire.