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La felicità non è allegra

Tre capolavori di Ophuls restaurati tornano nelle sale italiane con Lab80 Film

Max Ophuls torna nelle sale italiane da lunedì 3 luglio,  grazie al progetto Happy Returns! di Lab 80, con tre film in versione restaurata digitale in 2K: Tutto finisce all’alba (Sans lendemain) del 1939, Da Mayerling a Sarajevo (De Mayerling à Sarajevo) del 1940 e Il piacere (Le plaisir) del 1952.

Ophuls al cinema: la notizia è di quelle capaci di scaldare il cuore di ogni cinefilo. Ma pone interrogativi a cui è impossibile sottrarsi. Come presentare il cinema di Ophuls a generazioni di spettatori la cui idea di esperienza audiovisiva è modellata dai videogiochi o della serialità televisiva americana? Forse non esiste cinema più lontano da questi codici espressivi che sia, al contempo, esaltante e avventuroso quanto quello di Ophuls. Uno sguardo il suo certamente declinato al passato, spesso incastonato nel decor di un’Austria tardo-imperiale, ma che possiede ancora oggi una freschezza che tanto cinema contemporaneo può solo invidiare. Ed è riportando “a casa” certi film e assaporandoli per la prima volta nel luogo per cui sono stati pensati, che l’opera di un genio senza tempo come Ophuls può tornare ad esprimere il massimo del suo valore.

Un rilancio forse condizionato dalla stagione estiva, con relativo spopolamento e chiusura delle sale cinematografiche, ma comunque preziosissimo. Molti dei film di Ophuls sono infatti ancora completamente, e colpevolmente, dimenticati dal mercato home-video italiano. E anche sul fronte della critica nostrana si potrebbe forse cogliere l’occasione per una riflessione più completa sul suo cinema. Salvo illuminate ed eccellenti eccezioni (Vieri Razzini su tutti), per molti anni ci si è limitati ad una lettura puramente esteriore del suo cinema, riconoscendogli soltanto il primato inconfutabile di regista-esteta, amante della bellezza ricercata e costruita con enorme padronanza della tecnica cinematografica. Una confezione sontuosa, da raffinatissimo metteur en scene, che da sola basta per rendere comunque imprescindibile la visione. Impossibile, certo, non essere travolti dai suoi vorticosi movimenti di macchina, ammirati dalla composizione delle sue inquadrature, affascinati da soluzioni visive e narrative mai scontate. Mai come nel suo caso la forma è sostanza, e se il cinema è arte del movimento, quello di Max Ophuls è davvero quello che più si avvicina alla danza.

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Esiste però un livello di lettura più profondo, nascosto sotto il velo di una ricerca del piacere compulsiva quanto disperata. “La felicità non è allegra”, sentenzia Jean Servais nel finale di Il piacere, vetta assoluta della sua filmografia e titolo incluso tra quelli ridistribuiti da Lab80. Dal protagonista mascherato del primo episodio dello stesso film alle tante sfortunate eroine del suo cinema, come le due donne interpretate da Edwige Feuillère in Tutto finisce all’alba e Da Mayerling a Sarajevo, un tratto di malinconica disillusione accomuna le loro storie: è la nostalgia per un passato di purezza, innocenza e felicità definitivamente perduto. La stessa con cui si misurano le cocotte di Maupassant durante la loro gita in campagna, la bellissima e sfortunata Lola Montes e molti altri personaggi a bordo della giostra/cinema ophulsiana, e che su quella giostra ricercano un effimero momento di oblio.

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Sentimenti universali che deve aver conosciuto lo stesso Ophuls, ebreo tedesco in fuga per mezza Europa e oltre oceano nel periodo a cavallo tra due Guerre Mondiali. Forse non è un caso se molti dei suoi film sono ambientati in un passato che si dichiara agli occhi dello spettatore come palesemente finto e ricostruito, in un gioco di calcolate infrazioni del “canone” che spesso sconfina nel metacinema. E’ in questo passato plasmato dal cinema e nel cinema che Ophuls sembra volersi rifugiare, riversandovi la delusione per un presente troppo doloroso da raccontare. Ma che finisce sempre per colorare di uno spleen caratteristico, delicato e rarefatto, i suoi film. Da scoprire e amare tutti. Ieri come oggi, e sempre.