Lenz Fondazione, Purgatorio - © Francesco Pititto (12)

Purgatorio come crocevia alchemico

Debutta a Natura Dèi Teatri il progetto biennale di Lenz sulla Commedia dantesca

Ma dove sono? Che posto è questo? È il purgatorio. Un deserto.

Abbiamo appena varcato l’imponente portale dell’Ospedale Vecchio di Parma. Innanzi—la desolazione. Scaffali su scaffali di legno, alti, altissimi, fino al soffitto, e vuoti, svuotati di conoscenza, di storia, di umana traccia. Così come è vuoto questo luogo, prima “ospitale”, per cinque secoli, poi Archivio di Stato, poi niente più. Deserto. E qui, Virgilio, ad accoglierci.

Foto di scena ©Francesco Pititto

Foto di scena ©Francesco Pititto

È significativo che per inaugurare il progetto biennale sulla Commedia dantesca (in occasione della XXII ed. del Festival Natura Dèi Teatri), la storica compagnia Lenz abbia voluto cominciare proprio dalla cantica di mezzo.

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.

Nessuna platea per gli avventori, nessuna «roccia sì erta» da risalire, Maria Federica Maestri e Francesco Pititto fondono fisico e metafisico, poetico e alchemico, immergendo il pubblico in un luogo di transizione. Attraversamento. Qui si erra. Ed è uno stazionare da Via Crucis, questo Purgatorio, di visioni catartiche, di rovine viventi, come quegli «exempla» da bassorilievi antichi costantemente evocati dall’angelo cupo di Valentina Barbarini.

Foto di scena ©Francesco Pititto

Foto di scena ©Francesco Pititto

La dantesca vetta da raggiungere qui cede l’altezza in favore della profondità, prolungandosi nella parete opposta di questa lunghissima navata, dove Dio è una sfinge di numeri in videoproiezione la cui evidenza è imperscrutabile: l’1 dell’unità, della sintesi, della perfezione, il 3 della trinità (e delle cantiche e delle terzine), il 7 che è l’elevazione umana (si pensi alla piramide: dalla terra al cielo) e quindi i peccati, i sacramenti, i pianeti, i giorni, il 9 (quadrato di 3) la sublimazione di Dio, nonché il numero di Beatrice.

Foto di scena ©Francesco Pititto

Foto di scena ©Francesco Pititto

A questo proposito trovarsi a un crocevia – l’incontro dei due bracci dell’ex ospedale (dove si erge la cappella a diciotto metri di altezza) – è ulteriormente emblematico di quel dialogo filosofico che da anni la compagnia sta portando avanti con le rovine, antiche e moderne, di Parma: riportare al centro la complessità. Se il triangolo, simbolo divino, è figura di perfezione, la croce innalzando la linea orizzontale (la base) lungo la linea verticale (l’altezza) segna la modernità cristiana del riposizionamento dell’uomo nell’esistenza. L’incrocio come ritrovamento. Nel mezzo del cammin

Foto di scena ©Francesco Pititto

Foto di scena ©Francesco Pititto

La Commedia, infatti, è innanzitutto un viaggio iniziatico, non un raggiungimento del divino. Dunque, il progressivo avanzamento del pubblico lungo la navata parmigiana viene a costituire hic et nunc quell’orizzontale che avanza sul verticale: attraversamento come rito laicamente alchemico. Nessuna certezza pertanto. Nessuna meta chiarissima. Numeri. Anime. Deserto.

Foto di scena ©Francesco Pititto

Foto di scena ©Francesco Pititto

Così Virgilio ci introduce a questo viaggio. Dante tiene appresso. Suoi soltanto saranno gli originari endecasillabi. I peccatori incontrati parleranno invece il dialetto parmigiano, rifrazione tutti – nelle intenzioni drammaturgiche di Lenz – di quel Arnaut Daniel, trovatore occitano, unica anima dantesca a «favellar» in lingua altra.  Indugeranno su un registro basso, greve, colorito, come l’espiante che ancora non sa liberarsi del proprio vizio eppure non ne è portatore virulento. E così passo dopo passo, cornice dopo cornice, peccato dopo peccato, Dante sarà spogliato delle sottovesti colorate che cova sotto la tunica, mondato dai peccati, per giungere infine innanzi a Beatrice, come un Piramo e Tisbe che si spiano attraverso il muro.

Quando  mi  vide  star  pur  fermo  e  duro
turbato  un  poco  disse:  «Or  vedi,  figlio:
tra  Bëatrice  e  te  è  questo  muro».

Foto di scena ©Francesco Pititto

Foto di scena ©Francesco Pititto

In questo lento, cupo, perturbante attraversamento, come è caratteristico delle riscritture di Lenz, si coglie pienamente l’esperienza del viaggio allegorico, che dischiude una complessa ricchezza di piani: ogni nuovo passo non prelude tanto a un innalzamento quanto a un’immersione nelle cose del mondo, per scorgere proprio a partire dalla mondanità quella luce, debole fiammella, che pur è propria all’uomo. Se da un lato dunque la ritualità dell’attraversamento ricalca l’elevazione del Poeta, che è appunto tutta interiore e che si riverbera tra la cavità del luogo e lo “svestimento” dei peccati, dall’altro questa progressiva reiterazione impone una certa staticità di ritmo che rischia di affievolirne il respiro. Inoltre, la compresenza di un attore non lenziano (Fabrizio Croci), ma soprattutto delle compagnie dialettali con i cosiddetti attori sensibili («disabili psichici e intellettivi»), crea – a nostro avviso – un’eterogeneità complessiva che fatica a restituire una visione propriamente organica. E per la prima volta ci sembra che l’attore sensibile ne venga come respinto, finendo (teatralmente) marginalizzato in una zona d’ombra che spegne o quanto meno isola la sua specificità.

Foto di scena ©Francesco Pititto

Foto di scena ©Francesco Pititto

I segni tracciati sono come sempre molto precisi, accurati, concettualmente e scenicamente coerenti, funzionali, eppure lo sguardo finisce per osservare troppo, per scivolare sulle pareti e rimanere rapito più dall’intero allestimento che dall’azione. Qualcosa rimane fuori fuoco. Forse, insolitamente per Lenz (ma data la complessità dell’operazione è più che legittimo), c’è più spettacolo – pur secondo la loro cifra – che accadimento.

Ad ogni modo, anche in questo caso, parliamo di un dialogo artistico-politico (polis tanto nello specifico di Parma quanto nel generale di città-società) che non ha eguali nel panorama italiano. La capacità di Lenz di rifrangere il sacro nel profano rimane ancora una volta indiscutibile.

Ascolto consigliato

Ospedale Vecchio, Parma – 20 giugno 2017

PURGATORIO
Drammaturgia e imagoturgia Francesco Pititto
Installazione site-specific, elementi plastici, costumi, regia Maria Federica Maestri
Musica | installazione sonora Andrea Azzali
In scena Valentina Barbarini, Fabrizio Croci, Paolo Maccini, Franck Berzieri, Delfina Rivieri
e
attori delle Compagnie dialettali di Parma: Roberto Beretta, Sonia Iemmi, Ylenia Pessina, Mirella Pongolini, Giacomo Rastelli, Cesare Quintavalla, Silvia Reverberi, Valeria Spocci
Cura Elena Sorbi
Organizzazione Ilaria Stocchi
Ufficio stampa Michele Pascarella
Media video Stefano Cacciani
Cura tecnica Alice Scartapacchio, Andrea Bonaccini
Assistente di scena Marco Cavellini
Produzione Lenz Fondazione
Purgatorio è realizzato con il patrocinio del Comune di Parma e in collaborazione con il Coordinamento delle Compagnie Dialettali della città
Si ringraziano per la collaborazione: Teatro Regio di Parma, Biblioteca Civica e Archivio di Stato di Parma
con il sostegno di: MiBACT – Comune di Parma, Regione Emilia-Romagna, DAISM-Ausl