Barry-Lyndon

Barry Lyndon: una questione di qualità o una formalità

Come non essere retorici o ripetitivi parlando di un film che è stato definito “un classico”, “un capolavoro”, “una visione artistica”, “un film perfetto”? Cosa si potrebbe dire di nuovo su una pellicola e un regista che hanno ormai statuto di monumenti nella settima arte?

Potremmo dire che Barry Lyndon è prima di tutto l’ambizioso protagonista del romanzo picaresco di William Makepeace Thackeray (Le memorie di Barry Lyndon), destinato, nella sua scalata sociale, a viaggiare pur di elevare la propria condizione; potremmo tirare in causa tutto il fascino che il romanzo di formazione inglese ha dalla sua parte e rendere le cose ancor più scontate. Parlando di una trasposizione cinematografica come questa come potremmo non citare tutti i tradimenti che hanno permesso a Stanley Kubrick – come sempre nella sua carriera – di creare un’opera filmica personale e insolitamente fedele all’originale; e portare, perché no, a riprova di questo, l’epilogo collocato volutamente nel 1789, data indimenticabile per quel che ci ha insegnato la storia sulla lotta borghese contro la nobiltà, contrariamente al finale originale collocato nel 1811.

Si potrebbe scrivere un libro, e tanti lo hanno già fatto, sul legame tra cinema e letteratura, sui tradimenti fruttuosi che ravvivano questa relazione tumultuosa e sull’insegnamento che Kubrick ci ha dato in ogni suo lavoro in tal senso. Che dire poi della lezione di realismo e rigore registico che Kubrick ha dato in Barry Lyndon con l’intransigenza delle scelte fotografiche (pellicola girata interamente con luci naturali, unica concessione candele e lampade a olio per le scene notturne) e l’innovazione dei mezzi adoperata (lenti rivoluzionarie e macchine da presa innovative messe appunto per l’occasione). Sarebbe quindi logica conseguenza fare i nomi di Hayez, Hogarth, Reynolds, Chardin, Watteau e Zoffany. E tralasciare l’esperienza sonora che ci regala un film del genere? Sarebbe inconcepibile. Una colonna sonora-capolavoro con Händel, Bach e Schubert, tra gli altri, ad accompagnare le vicende del nostro caro protagonista irlandese in un film che già sul set era sorretto dall’ascolto dei brani che sarebbero stati aggiunti nel montaggio definitivo.

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In definitiva non basterebbero pagine e pagine per parlare dell’onniscienza di un maestro come Kubrick in ambito letterario, artistico, musicale ancor prima che cinematografico. Diremmo quindi qualcosa di nuovo? Chiunque abbia visto almeno una volta Arancia Meccanica, Shining o 2001: Odissea nello spazio non può non essersi accorto di questo talento visionario.

Allora chiediamoci, e lo chiedo a me che scrivo in primis, perché tornare a vedere Barry Lyndon? Queste e mille altre analisi, seppur validissime, sono quelle che rendono questo film un capolavoro, parola fin troppo abusata nel cinema odierno. Eppure non è questa consapevolezza a spingermi in sala. L’eccezionalità di Barry Lyndon non è nel suo essere un capolavoro di tecnica, la sua forza è nel potere con cui tutti questi accorgimenti riescono ad immobilizzare lo spettatore davanti allo schermo in uno stato di trance atemporale. Rivedere un film come questo è una tentazione inspiegabile e immotivabile, seppur supportata da tutti gli accorgimenti tecnici e concettuali sopra citati, Barry Lyndon ti cattura in un universo definitivo e assoluto, riporta il cinema a una grandezza che pochi cineasti hanno saputo cogliere e trasmettere. Assistere alla tensione straniante del primo avvicinamento tra Barry e Lady Lyndon non fa pensare a quanto sia perfetta la combinazione di luci, musica, recitazione, inquadrature – questo avviene dopo – è un piacere istantaneo tutto cerebrale che ritorna in innumerevoli sequenze.

Rivedere Barry Lyndon perché? Per il puro e semplice piacere di assistere ed essere coinvolti in qualcosa di assoluto e definitivo, non patetico o travolgente, ma toccante nella sua luminosa lucidità. Vedere Barry Lyndon perché? Per il puro e semplice piacere di guardare del cinema, quello vero.