Foto di scena ©Martina Santoro

Molière Immaginario – Ivan Bellavista

Cosa ce ne facciamo ancora del Canone Occidentale? Di quei giganti che forse hanno smesso di crescere da un po’, sulle cui spalle noi, nani in costante restringimento, non smettiamo di ballare anziché guardare avanti, con buona pace di Bernardo di Chartres? A questi giganti, questi segni culturali eterni, queste matrici di sempre rinnovate interpretazioni, attualizzazioni, parodie, riletture, sta facendo particolarmente attenzione il Teatro dell’Orologio in questa stagione, da Amleto a Riccardo III, senza dimenticare le stanzette ammobiliate dell’Ottocento russo. Questa è invece la volta di Don Giovanni, mito culturale che dalle pagine di Tirso De Molina continua ad attraversare i secoli. Tra le tante versioni a disposizione, Ivan Bellavista sceglie, o meglio immagina, quelle di Molière e Mozart-Da Ponte, probabilmente le più “utili” al cazzeggio, dichiarato valore fondamentale dello spettacolo e, va da sé, di stringente attualità.

Sotto le volte a botte dell’Orologio bastano le luci e le casse per l’audio, per il resto si fa di necessità virtù: questo Bellavista/Don Giovanni è micragnoso e al passo con tempi economicamente difficili. Non poteva essere, infatti, che una celebrità da cronaca rosa televisiva il Don Giovanni 2015, ed ecco che allora uno Zagarello presentatore brillante (Matteo Di Girolamo) ospita nel suo salotto in prime time il formidabile seduttore, convitato di pietra, recentemente trapassato in circostanze misteriose – esordisce lamentandosi dell’aldilà, appoggiato a un bastone, e noi pensiamo a quell’incredibile Funari di Corrado Guzzanti e il canone comincia inesorabilmente ad allargarsi – e allestisce, così, il confronto con la vecchia fiamma Donna Elvira (Sandra Conti). Quando capita di citare letteralmente i testi classici, gli attori si peritano di farcelo notare, e nelle pause pubblicitarie ecco che li vediamo uscire dal personaggio, come in un fuori onda di Striscia, tornare a essere versioni autoironiche di se stessi, o versioni sarcastiche di noi spettatori, in una formazione a tre – altro momento di un canone, come l’universo, in espansione – stile Aldo, Giovanni e Giacomo degli anni d’oro, quelli de I Corti.

Ivan Bellavista non nasconde la dizione partenopea, anzi, ci gioca, ricordando nei momenti – che il buon Bernardo di Chartres avrebbe definito: – “alti” o “sublimi” un Toni Servillo de L’uomo in più e nei momenti “bassi” Vincenzo Salemme. Il suo Don Giovanni è guappo televisivo, compiaciuto e a caccia continua della telecamera, così come anche Donna Elvira ha un gran bisogno di esposizione e conferme. I peccati son quisquilie, la dannazione roba da medioevo, l’unità e la concisione drammaturgica che vadano pure in soffitta. Ci si prende pochissimo sul serio sulla scena, con lodevole autoironia, e tanto meno va preso sul serio il tirare una riga e finire la rappresentazione. Lo sfilacciamento, il saltare di palo in frasca, il cazzeggio, appunto, sono diventati davvero ormai un canone possibile della nostra vita culturale: con buona pace di Molière che, intanto, tuona per richiamare all’ordine e alla decenza – “da che pulpito, poi” viene da dire a noi nani ballerini. Insomma, l’universo e il canone si espandono, i classici si e ci parlano addosso, e alla fine il vero peccato è il limite, la gabbia e l’imposizione: ecco Don Giovanni che torna a parlare, e quindi lasciateci/lasciamoli divertire, cazzeggiare. Una risata non seppellirà noi, tanto meno Bernardo da Chartres, Molière, Mozart e neppure Corrado Guzzanti.

Teatro dell’Orologio – 8 gennaio 2015

In apertura: Foto ©Martina Santoro