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Lucky

L’ultimo movimento di un fantasma meraviglioso e speciale, ormai consegnato definitivamente all’immortalità

Se davvero il cinema è il lavoro della morte ventiquattro fotogrammi al secondo, nulla come un film dovrebbe poter raccontare meglio il momento di passaggio dall’esistenza all’oblio. Per molti attori l’ultimo film della carriera rappresenta il congedo istituzionale (spesso un po’ prevedibile) da quel pubblico che per anni gli ha tributato applausi e riconoscimenti. In rare occasioni e sulle spalle di figure gigantesche, una su tutte Nicholas Ray con Nick’s Movie – Lampi sull’acqua (1980), l’approssimarsi della morte fisica è stata l’occasione per una riflessione radicale sulle potenzialità del mezzo cinematografico. Le cose (ultime) erano destinate ad una fine ancora diversa per uno come Harry Dean Stanton che nell’arco di oltre 60 anni di carriera ha ricoperto soltanto in un paio di film il ruolo del protagonista. L’attore, tuttavia, ha saputo come nessun altro lasciare un segno profondissimo nel cuore di tanti, a cominciare da grandi registi come Monte Hellman, Wim Wenders e David Lynch che ne hanno colto l’unicità. La sua è stata una presenza indimenticabile che ha attraversato pagine fondamentali del cinema americano, senza mai tradire una identità profonda e sempre riconoscibile, quella di un solitario, disilluso, laconico outsider dal cuore grande, innamorato della vita e delle canzoni mariachi.

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Guardando Lucky (2017), ultima grandissima interpretazione di Harry Dean Stanton, si ha come l’impressione di trovarsi davanti al prolungamento ideale di alcuni dei film che hanno segnato di più la sua carriera. E allora Lucky (personaggio) può scoprire le carte e rivelarsi il Travis di Paris, Texas (1984) giunto alla fine del suo pellegrinaggio nel deserto e finalmente pacificato con i demoni del passato. Oppure il Lyle di Una storia vera (1999), che ormai solo al telefono può fingere di riascoltare la voce di suo fratello. O ancora il Carl Rodd di Twin Peaks, così consapevole della morte da essere l’unico testimone oculare, nella visione di David Lynch, di una autentica ascensione di un’anima al cielo. L’approssimarsi della fine e lo scorrere del tempo sono i cardini principali su cui si sviluppa la narrazione dentro il film di John Carroll Lynch, presentato lo scorso anno al Festival del cinema di Locarno. Quella di Lucky è una routine semplice, scandita da orari e appuntamenti regolari, che ad un certo punto si inceppa, non a caso, su di un orologio fermo. Le quattro cifre lampeggianti servono a ricordargli quello che già sicuramente sapeva, i titoli di coda, prima o poi, arrivano per tutti e forse dopo il the end c’è spazio davvero soltanto per una dissolvenza al nero. Nel frattempo, e fino alla fine, ci è concesso il lusso di vivere, assaporando il gusto agrodolce della vera libertà.

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Non poteva esserci uscita di scena migliore per Harry Dean Stanton di quella che gli regala l’ultimo fotogramma di Lucky. Un landscape popolato da creature provenienti da un remoto passato ma destinate a sopravvivere per un lungo futuro. Tra i cactus del deserto dell’Arizona e il lento incedere del Presidente Roosevelt, la testuggine amata da Howard (un grande David Lynch in veste di attore), l’ultimo movimento di un fantasma meraviglioso e speciale, ormai consegnato definitivamente all’immortalità.