The Ruthless/Lo Spietato

Lo spietato

Tratto da una storia vera, un film che strizza l’occhio ai poliziotteschi italiani anni 70.

Lo Spietato, diretto da Renato De Maria, ci trasporta nella Milano da bere del post boom economico. La capitale meneghina era invasa da ottimismo e opportunità ma rappresentava soltanto il fanalino di testa di un Italia sempre più in affanno, che ospitava da decenni, una sempre maggiore migrazione interna dal sud al nord, in cerca di fortuna o in fuga da un altrove nostrano complicato e legato a dinamiche malavitose e arcaiche.

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Santo Russo, è dapprima un ragazzo del sud che si guadagna la pagnotta e il rispetto a suon di duro lavoro e mimetizzazione nordica, imparerà presto che al nord si deve lavorare per guadagnare e che imparare il dialetto milanese è più che una lingua, è uno status che lo distanzia dai suoi pari e lo fa accettare. Una notte di capodanno gli cambierà per sempre la vita, pescato sbronzo, con l’amico Mario, accanto ad una Lambretta rubata, verrà accusato, disconosciuto dal padre e incarcerato nel carcere minorile di Beccaria. Lì la vita è dura, ma quando due calabresi si mettono insieme, non ce n’è per nessun meneghino strafottente, chi che sia. All’uscita del carcere, la banda è al completo: Slim, compaesano conosciuto in carcere e Mario, amico d’infanzia. Fuori tutto cambia, per quanto le realtà dell’hinterland brulichino già di realtà malavitose consolidate, alle quali la banda cerca di trarre ispirazione e un ritaglio di buissness, in centro, all’ombra della madonnina, il luccichio dei “dinè” sono nelle mani dei freddi e calcolatori imprenditori capitalisti. Per Santo l’equazione è semplice, diventare uno spietato gangster con mentalità imprenditoriale, dove la droga ha assaggiatori per le indagini di mercato e le uccisioni sono esuberi. Sa va sans dire.

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Un film, una storia vera, che strizza l’occhio ai poliziotteschi italiani anni 70. Una produzione netflix con ottimi interpreti, Riccardo Scamarcio nei panni “dell’imprenditore Calibro 9” e Sara Serraiocco nei panni di Mariangela una combattuta moglie di un gangster. Va citata anche la bellissima Marie-Ange Castà, che nella trama diverrà l’amante di Santo. Due donne che muovono la trama in tutti i sensi, la prima, moglie fedele e intenta in una impossibile redenzione del marito che la porterà quasi alla pazzia mistica e la seconda, bellissima e interessante, che aprirà uno spiraglio nello spaccato artistico/alto borghese della Milano degli anni 80, non senza umorismo e sarcasmo. Due vie di fuga da una gangster drammatica commedia di uno spaccone e camaleontico che avrebbe reso un film piatto e onestamente non particolarmente originale.

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Lo scenario è interessante, le auto ripercorrono fedelmente le strade di quegli anni e i status-symbol di chi le possedeva. Le ambientazioni e gli abiti calzano a pennello l’epoca, ma la storia non regge. Nell’insieme il montaggio della narrazione e l’evolversi della trama diventano disorganizzati e confusi man mano che la storia si avvicina al finale. Forse una serie sarebbe stata più adatta ad approfondire la storia nel complesso molto interessante. Peccato, perché Renato De Maria conosce bene la materia e si vede: si nota un gran lavoro di documentazione e il risultato è l’eccellente riuscita nella scelta degli abiti, delle auto e del panorama criminale dell’epoca, e degli interpreti con il giusto phisyque du rôle. Non dimentichiamoci infatti il precedente lavoro del regista intitolato Italian Gangsters che ci riporta in un passato abitato da banditi e storie criminali. Poi non saremmo tutti felici di vedere una serie criminale, che finalmente non si prende sul serio, che decentra l’egemonia da Roma e Napoli e che strizzi l’occhio all’estetica e al periodo d’oro dei polizziotteschi italiani anni 70/80? Io onestamente si.