Les beaux jours d’'Aranjuez wenders

Les beaux jours d’’Aranjuez – Wim Wenders

Un uomo e una donna siedono su una veranda in una placida mattina d’estate. Il sesso, l’’amore, l’’identità e la natura della loro relazione sono i nuclei intorno a cui si dipana una lunga conversazione tra i due. Un uomo, uno scrittore, li osserva dall’’interno della casa. Un juke-box diffonde musica intorno a loro mentre il vento soffia leggero tra gli alberi e in lontananza Parigi si rivela all’’orizzonte.

Quinta collaborazione di Wim Wenders con lo scrittore e drammaturgo austriaco Peter Handke, suo punto di riferimento sin dai tempi di film come La paura del portiere prima del calcio di rigore (1971), Falso movimento (1975) e Il cielo sopra Berlino (1987). Adattamento di un testo teatrale dello stesso Handke, di una pièce Les beaux jours d’’Aranjuez conserva tutte le caratteristiche ed i limiti, da una a tratti asfittica unità di tempo e di luogo al carattere letterario e manifestamente artificioso dei dialoghi.

Les beaux jours d’'Aranjuez

Sempre pronto ad esplorare nuovi terreni e a misurarsi con nuove sfide nella narrazione cinematografica, Wenders tenta un’’impresa per lui nuova ma forse troppo in salita persino per un cineasta della sua grandezza. Il tentativo di conferire respiro cinematografico ad un testo teatrale “da camera” complesso e a tratti impenetrabile come questo di Handke cede il passo ad un risultato finale purtroppo pretenzioso e di difficile lettura.

In un film privo di azione, composto quasi esclusivamente da lunghi scambi di battute, faticosi anche per il più predisposto degli spettatori, le uniche pause, provvidenziali, arrivano quando la musica si sostituisce per qualche minuto alle parole. In quest’ottica restano da segnalare l’’ottimo incipit sulle note subito riconoscibili di Perfect Day di Lou Reed e un cameo, suggestivo sebbene piuttosto gratuito, di Nick Cave al pianoforte con la magnifica Into my arms. Troppo poco per un film in cui anche il 3D naturalistico e soft ottenuto con la tecnica di ripresa “natural depth” riesce solo in minima misura a dare profondità a un testo audiovisivo piatto e monocorde.